Modulare l’evitamento nei disturbi dell’umore e dell’ansia.

PS_20171004172255.jpegI sintomi seri e debilitanti dell’ansia sono il più comune problema di salute mentale in tutto il mondo, infatti secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità riguardano circa il 5% di tutti gli adulti nel mondo sviluppato. L’evitamento è una caratteristica fondamentale dell’ansia e svolge un ruolo centrale nelle strategie psicologiche per il suo trattamento dell’ansia, ma i meccanismi neurali e cognitivi sottostanti sono sconosciuti. L’evitamento può essere adattabile: se un individuo percepisce una situazione come stressante, allora è logico evitare questo stresso in futuro. Tuttavia, l’eccessivo evitamento può portare ad una spirale a livello patologico. Ad esempio, un individuo che teme l’imbarazzo sociale potrebbe in ultima analisi finire chiuso in casa, evitando ogni interazione sociale. Quanto più un individuo evita di esporsi ad oggetti o situazioni che gli provocano paura, tanto più sarà confermata in lui la credenza che tale oggetto o situazione siano realmente pericolose. Alla lunga, l’evitamento può dar luogo a un peggioramento della qualità di vita fino a sviluppare una vera e propria fobia sociale. L’evitamento perde il suo valore adattivo quando si trasforma in una soluzione coercitiva, che limita le possibilità di esplorazione. Un gruppo di ricerca londinese ha appena pubblicato uno studio sulla rivista Biological Psychiatry in cui si vuole arrivare alle basi biologiche dell’evitamento. Un totale di 101 partecipanti, divisi tra soggetti di controllo e persone con disturbi dell’umore o di ansia, hanno completato degli esercizi in cui potevano scegliere l’evitamento come strategia comportamentale ma con lo stress indotto da un evento imprevedibile. Hanno mostrato un’aumento dell’evitamento nel gruppo col disturbo di umore e ansia. Le prestazioni di questo compito sono stati collegati neurocognitivamente alle regioni del corpo striato del cervello associate a modelli di azione di rete e alla modulazione dopaminergica di questi circuiti. In sostanza lo stress alimenta l’evitamento per cui oltre alle normali tecniche di esposizione graduale, durante le quale il soggetto gradatamente prova a entrare in contatto con le situazioni ansiogene in modo da percepirle progressivamente come sempre più normali e accettabili, è necessaria la terapia cognitivo-comportamentale con cui si riduce il timore del giudizio e il bisogno di riconoscimento e quindi l’ansia.

Daniele Corbo

Bibliografia: Modeling Avoidance in Mood and Anxiety Disorders Using Reinforcement Learning. Anahit Mkrtchian,a Jessica Aylward,a Peter Dayan,b Jonathan P. Roiser,a and Oliver J. Robinson. Biol Psychiatry. 2017 Oct 1

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