Vivere

PS_20171121210631Per raggiungere il podio più ambito, la felicità, bisogna vivere intensamente. Vivere non sopravvivere. Chi sa amare veramente se stesso probabilmente ha imparato a vivere; mente, corpo, anima. Chi lavora sulla propria crescita interiore, sulla propria autostima, non ha bisogno dell’approvazione degli altri, sta vivendo; chi si mostra per ciò che è, e non ha bisogno di mostrarsi con una maschera a seconda delle situazioni. Colui che vive vuole realizzare i propri sogni e non viene ostacolato dal giudizio altrui, si assume le proprie responsabilità e non scarica le colpe di un fallimento su terzi, anche perché non percepisce mai una sconfitta come tale, ma come un’occasione arricchente per poter crescere. Coltiva relazioni sociali: l’esistenza è fatta di rapporti umani, compatibili, se i rapporti non crescono, stai morendo dentro. Chi vive impara ad ascoltare, costruisce amicizie vere, esalta le doti, fa notare i difetti, pur accettandoli, per il bene della relazione, struttura un legame su una totale libertà di pensiero, intesa non come liberismo, ma come affermazione delle individualità nell’armonia della coppia. Chi vuole veramente vivere è coinvolto in nuove esperienze e non ha paura di affrontarle, è soddisfatto quando va a dormire. Io stesso sto imparando a vivere, è un tema che mi sta a cuore, purtroppo in varie occasioni mi pare di sopravvivere. Lavoro sulla mia crescita interiore e mi concentro su chi ha un bisogno ed ha una personalità fragile, in questo momento. Mi piacerebbe che tutti voi trovaste la vostra realtà, la vostra dimensione, che possiate essere soddisfatti della vostra esistenza.

                                                                                                                   

Giacomo Berghenti

12 commenti Aggiungi il tuo

  1. Aria Mich ha detto:

    Sembra facile, eppure! Serve lavorare tanto su se stessi, ed è possibilissimo 😊

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    1. Lavorare su se stessi è la missione più difficile, ma l’unica possibile per arrivare alla felicità. Tutto quello che arriva da fuori può arricchire la vita, ma non può renderla piena…

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      1. Aria Mich ha detto:

        Sono d’accordo

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    2. Giacomo Berghenti (Orme Svelate ) ha detto:

      Lavorare su se stessi, non in senso egoistico, madedicandosi ai più bisognosi. Questa potrebbe essere una ricetta vincente

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      1. Aria Mich ha detto:

        Sì! Penso proprio che aiutando il prossimo, si cresca molto dentro…

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  5. fausto ha detto:

    “Sono abbastanza soddisfatto di quanto ho realizzato, ma vorrei un po’ di pace, mi accontenterei di essere sereno”.
    Chissà quante volte abbiamo ascoltato una frase del genere. E già: essere sereni…
    Forse, sarebbe il caso di intenderci anzitutto sul significato della parola “serenità”.
    Il vocabolario la definisce come “assenza di turbamento interpretabile come limpida armonia spirituale”. Suggestivo ma un po’ vago. Normalmente facciamo un altro uso di questa parola che adoperiamo sovente nelle espressioni augurali: “che la tua vita scorra serenamente”, “tanti giorni sereni”, eccetera. E intendiamo con ciò invocare, per quella persona, giornate e sentimenti vissuti nella quiete e nella consapevolezza. Non siamo soliti annettere alla serenità anche il dolore. E invece possiamo ritrovarci in una situazione di dispiacere ed essere ugualmente sereni. Non mi riferisco all’imperturbabilità orientale, ma alla grandezza di un cuore che ha compreso la lezione dell’esistere in modo profondo.
    Ci sono tante occasioni di felicità: nei contatti di amicizia, nella contemplazione del bello, nella comunicazione improvvisa e a livello profondo che si instaura con una persona sconosciuta sino a poco prima, nella lettura di un testo capace di trasmetterci emozioni e suggestioni, quando ci viene tributato il riconoscimento per un lavoro ben fatto o la gratitudine per un gesto d’amore. E ci sono tante occasioni di sofferenza. Non le elenco neppure. Il segreto della serenità è comprendere che entrambe, la gioia e la sofferenza, appartengono alla dinamica della vita e che accettarle come parte essenziale di essa, senza ribellione e anche senza un cupo senso di rassegnazione, ci aiuta a sostenere le prove senza rimanerne sopraffatti, anzi mantenendoci alla guida e ricavandone un insegnamento. Possibili obiezioni: ma chi mai si ribella alla felicità o come sopportare il dolore senza rassegnazione?
    Ci ribelliamo alla felicità quando non ci adagiamo serenamente in essa, e mentre la proviamo già ci chiediamo: “Quanto durerà?”. E anche se cerchiamo di accaparrarcene più di quanto ce ne spetta: a quel punto è già diventato piacere del possesso. Una persona serena sa perfettamente che la felicità è un diritto, ma che essa ha i suoi tempi e le sue apparizioni. Non la insegue forsennatamente, ma la accoglie senza dubbi quando arriva.
    E così è per il dolore. Rassegnarsi è piegare passivamente la testa; accettarlo serenamente è comprenderne il valore, il lievito di maturazione che contiene.
    A voler essere sereni richiede una forza sovraumana e il recupero di quel sentimento straordinario della ”incoscienza” infantile, della capacità di meravigliarsi delle cose del mondo, specialmente delle più semplici. Che cosa potrà aiutarci?
    Dovremo cercare di non lasciarci catturare dalle passioni negative. Come lo scetticismo che mette in dubbio la felicità, mentre la stiamo vivendo. Come la disperazione, sempre in agguato quando siamo nel dolore.
    Infine, essere tenaci nella speranza. La speranza spiana la strada alla serenità, è la sua guida. E una persona serena ha occhi attenti e orecchie pronte a cogliere ogni più piccolo segnale che alimenti la speranza.

    FELICITA’? MEGLIO LA SERENITA’…

    di Fausto Corsetti

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    1. Prima di tutto grazie per questo suo commento (sembra scritto da noi di Orme Svelate per i contenuti)! In generale preferisco anche io la parola serenità, anche se mi rendo conto che inizio ad usare in maniera indiscriminata felicità, serenità, gioia e tutte le parole con significato positivo. Il motivo è che nella mia visione della vita il dolore e la sofferenza sono una parte imprescindibile e fondamentale per un percorso verso la consapevolezza e quindi una vita piena. Non c’è mai dicotomia tra gli aspetti positivi e negativi, entrambi portano ad una vita piena. La differenza la possiamo fare noi, abbassando le barriere che ci impediscono di avere relazioni con noi stessi, col prossimo e col trascendente. Il primo passo verso la serenità è quello che ci incammina sulla strada della conoscenza di noi stessi!

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    2. Anonimo ha detto:

      Grazie mille per questa tua condivisione.
      Serenità non è sinonimo di felicità, ma rappresentano entrambi un grande obbiettivo da raggiungere!

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      1. Eh si…l’importante è non perdere mai il contatto con la speranza di poterli raggiungere!

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