Disturbo da deficit dell’attenzione

PS_20171123094042Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) è uno dei disturbi più comunemente diagnosticati nella psichiatria infantile e adolescenziale ed è caratterizzato da livelli di attenzione, impulsività e iperattività inappropriati in relazione allo sviluppo. Poiché molte attività della vita quotidiana richiedono attenzione per un tempo maggiore a qualche secondo, è necessaria una capacità di mantenere l’attenzione in maniera prolungata. Tra gli altri deficit legati all’attenzione, i bambini e gli adolescenti con ADHD sono noti per mostrare prestazioni ridotte in attività che richiedono attenzione sostenuta, e sicuramente questo alimenta una serie di problemi nel vissuto quotidiano. Rispetto a situazioni che sono cognitivamente impegnative ma interessanti, mantenere l’attenzione in situazioni monotone o noiose è spesso difficile, o forse addirittura oneroso. In questo contesto, una funzione di attenzione critica che consente un impegno prolungato in situazioni intellettualmente poco interessanti è stata definita come attenzione vigile (VA). I modelli di VA presuppongono che questi processi attenzionali siano generati senza essere innescati esogenamente dalla novità e che il controllo inibitorio è fondamentale per impedire ad altri schemi mentali di interferire con il compito relativo a VA. La ricerca ha identificato le regioni del cervello coinvolte in attività che coinvolgono VA. In una recente meta-analisi di neuroimaging, sono state scoperte 14 regioni distinte per essere coerentemente attivate durante i compiti VA. Queste particolari regioni includevano la corteccia prefrontale dorsomediale, media e ventrolaterale, l’insula anteriore, diverse aree parietali (solco intraparietale, giunzione temporale-parietale) e regioni sottocorticali (verme cerebellare, talamo, mesencefalo). Da un punto di vista clinico, i bambini e gli adolescenti con ADHD mostrano deficit marcati nei compiti correlati a VA. In linea con questo, anomalie funzionali in queste particolari aree del cervello sono state precedentemente associate ai sintomi dell’ADHD. Ad oggi, la ricerca di neuroimaging delle reti cerebrali coinvolte in VA è stata condotta utilizzando tecniche di risonanza magnetica funzionale (fMRI) che prevedono l’esame dell’attività emodinamica durante specifiche attività di attenzione-compito. Ad oggi, nessuno studio ha esaminato l’attività spontanea nella suddetta rete VA nei giovani a riposo mentre era in ambiente fMRI, così come le correlazioni tra l’attività spontanea nelle varie regioni coinvolte nello studio dei compiti correlati a VA. Tali analisi “a riposo” forniscono intuizioni sulla connettività funzionale (FC) delle regioni del cervello implicate in studi di fMRI basati su attività precedenti. Le analisi FC dei dati fMRI allo stato di riposo mirano a rilevare correlazioni temporali tra i profili di attività emodinamica spontanea di regioni cerebrali spazialmente distinte in assenza di specifici compiti di attenzione.  Di conseguenza, l’analisi della FC a riposo (RS-FC) può far luce sull’organizzazione intrinseca delle reti cerebrali funzionali e sulle loro aberrazioni in diverse popolazioni, come individui con disturbi psichiatrici, con scoperte non contaminate dal “rumore” introdotto da richieste di compiti estrinseci. I sintomi correlati all’ADHD possono essere interpretati come l’esito di due percorsi psico-fisiologici disfunzionali, vale a dire l’esecutivo e il circuito di ricompensa. I principali risultati possono essere descritti: in primo luogo, la DMN, una rete associata a processi mentali introspettivi, “vagabondaggio” mentale e ruminazione, è funzionalmente meno connessa nei pazienti con ADHD rispetto ai controlli. In secondo luogo, le anti-correlazioni tra DMN e reti task-positive come le reti di controllo cognitivo erano ridotte o assenti in pazienti con diagnosi di ADHD. In particolare, queste reti di controllo cognitivo sono normalmente impegnate durante le attività che coinvolgono il funzionamento esecutivo. La mancata soppressione o disattivazione dell’attività DMN durante l’elaborazione di richieste di attività esterne è in genere associata a interruzioni nell’attenzione, che suggeriscono una persistenza inappropriata dell’attività DMN. È stata anche rilevata un’attività persistente di DMN nel prevedere errori nell’attività di segnale di arresto, una misura ben stabilita di inibizione della risposta, che è spesso ritenuta compromessa in pazienti con ADHD. Questi risultati potrebbero spiegare perché i pazienti con ADHD incontrano spesso difficoltà con compiti come aspettare il proprio turno, o non rimanere seduti quando richiesto. Uno studio australiano appena pubblicato si è preoccupato di studiare le differenze correlate all’ADHD nella connettività funzionale a riposo in una rete cerebrale meta-analiticamente definita di 14 regioni distinte che sottostavano VA (comprendenti 91 connessioni in totale), così come l’associazione di connettività con marcatori di disfunzione comportamentale in 17 bambini (fascia di età: 9-14 anni) con una diagnosi di ADHD e 21 controlli neurotipici di pari età. Le loro analisi hanno rivelato differenze, piuttosto che globali, nell’accoppiamento intrinseco tra i nodi della rete cerebrale correlata a VA nei bambini con ADHD, rispetto ai controlli. In particolare, i pazienti con ADHD hanno mostrato un innesto intrinseco sostanzialmente ridotto per 7 connessioni e un maggiore accoppiamento per 4 connessioni, con molte differenze che riguardano la connettività con l’insula anteriore. Inoltre, la forza di connettività di numerose connessioni aberranti è risultata associata a aspetti fondamentali della sintomatologia dell’ADHD, come scarsa attenzione, difficoltà nel funzionamento sociale e controllo cognitivo alterato, che attesta la rilevanza comportamentale di specifiche differenze di connettività osservate nello stato di riposo. Per andare oltre la nosologia sindromica invocata dalla psichiatria, è necessaria una comprensione più chiara della neurobiologia del funzionamento correlato ai disturbi mentali. Questa preoccupazione si è riflessa nell’iniziativa relativa ai criteri per i domini di ricerca degli istituti nazionali di salute mentale. Insomma il discorso su questo tipo di problematiche non può finire nel dare cure farmacologiche a bambini in piena crescita, va esplorata in maniera intensa la causa e l’origine del problema. Sopprimere i sintomi dell’ADHD porterebbe solo alla repressione di personalità che si stanno formando, arrecando loro un probabile danno.

Daniele Corbo

Bibliografia: Functional connectivity of the vigilant-attention network in children and adolescents with attention-deficit/hyperactivity disorder. Zepf FD, Bubenzer-Busch S, Runions KC, Rao P, Wong JWY, Mahfouda S, Morandini HAE, Stewart RM, Moore JK, Biskup CS, Eickhoff SB9, Fink GR, Langner R. Brain Cogn. 2017 Nov 14

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