L’appartenenza politica condiziona la nostra visione della realtà

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Aint no love in the heart of the city (Mark Lloyd)

Le fake news sono ovunque, ma nonostante sia ormai evidente continuiamo a berci delle informazioni palesemente false e faziose. Basandosi sulla ricerca neuroeconomica in un articolo pubblicato il 20 febbraio sulla rivista Trends in Cognitive Sciences, gli psicologi suggeriscono che valutare la nostra identità più della nostra accuratezza è ciò che ci porta ad accettare informazioni errate che si allineano con le convinzioni del nostro partito politico. Questa discrepanza di valore, dicono, può spiegare perché le fonti di notizie di alta qualità non siano più sufficienti e comprendere questo fenomeno potrebbe aiutare a riportare il dialogo politico nel recinto del servizio alla società. La Neuroeconomia ha iniziato a convergere su questa comprensione di come calcoliamo il valore. Scegliamo ciò che conta per noi e come interagire con il mondo, sia che si tratti del giornale che prendiamo al mattino, sia che sia una notizia presa da Facebook da un profilo dubbio. Quando è in gioco la nostra appartenenza ad un gruppo sociale in cui ci vogliamo riconoscere tendiamo ad essere più inclini a lasciarci fuorviare. Questo è ciò che chiama il suo modello di credenza basato sull’identità. L’idea è che assegniamo valori a idee diverse in base a ciò che ci interessa di più al momento e poi confrontiamo quei valori per decidere quale idea crediamo sia vera. Poiché i nostri partiti politici possono fornirci un senso di appartenenza e aiutarci a definire noi stessi, concordare con loro può rafforzare il nostro senso di sé. E questo a volte può essere più importante per noi che l’accuratezza di un problema, anche se la precisione è qualcosa che normalmente ci interessa. Quando ciò accade, probabilmente crediamo alle idee che si allineano con le opinioni del nostro partito, non importa quanto plausibili. Ciò può significare che le fonti di informazioni sulle quali normalmente facciamo affidamento per modellare le nostre opinioni hanno un impatto minore. Avere una fonte di notizie davvero di alta qualità non è poi così importante se pensiamo che le persone che la producono appartengano a un gruppo diverso dal nostro. Potrebbero avere i migliori scrittori, i migliori giornalisti investigativi, i migliori standard editoriali, tutte le cose che normalmente ci interesserebbero, ma smettiamo di valutare quelle cose, che normalmente porterebbero ad un’alta probabilità di accuratezza, ed invece di concentrarci sulla veridicità della notizia gruppo ci focalizziamo sull’allineamento della notizia con il nostro gruppo. Essere messi in un ruolo che richiede a qualcuno di essere precisi, come essere convocati per dovere di giuria, può dare alle persone i criteri con cui valutare le informazioni e aiutarli a essere più bravi a pensare in modo critico. Ancora più semplicemente, per spingere una persona all’oggettività si può far leva sul piano economico. Ad esempio, quando si è in disaccordo, si può chiedere all’interlocutore se è pronto a scommettere sulla propria convinzione. Rispetto all’interesse personale, il bisogno di riconoscersi in un gruppo passa in secondo piano. Possiamo anche lavorare per ridurre gli effetti dell’identità. Un modo è creare un’identità sovraordinata: far sì che le persone pensino a se stesse come cittadini di una nazione o del mondo piuttosto che come membri di un partito politico. Ma dobbiamo anche prestare attenzione a come ci impegniamo con persone di diverse convinzioni politiche. Se si insulta e si critica pubblicamente, l’esigenza di identità dell’avversario nella discussione aumenta e diventa minaccioso e meno preoccupato dell’accuratezza. Nel clima politico odierno, il messaggio è semplice: “Le nostre identità di parte ci portano a credere cose che non sono vere. Quindi, dobbiamo fare un passo indietro e valutare criticamente ciò in cui crediamo e perché. Il processo del proprio sviluppo ideologico non può considerarsi mai compiuto, ma va vissuto in maniera dinamica, essendo sempre osservatori imparziali e critici della realtà.

Daniele Corbo

Bibliografia: The Partisan Brain: An Identity-Based Model of Political Belief. Van Bavel, Jay J. et al. Trends in Cognitive Sciences , Volume 22 , Issue 3 , 213 – 224.

13 commenti Aggiungi il tuo

  1. Evaporata ha detto:

    Interessante, caro Daniele, ma non pensavo servissero studi approfonditi per capirlo. Non è sufficiente osservare le greggi umane? 😉

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    1. Effettivamente… molto meglio osservare la tua violetta coraggiosa! Ciao cara Nadia😊

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  2. Menti Vagabonde ha detto:

    Post molto interessante. anche io penso che occorra essere sempre disposti ad osservare, ascoltare e a mettere in discussione quanto leggiamo e vediamo. Si può e si deve cambiare idea, è di vitale importanza accorgersi dei propri e altrui errori e soprattutto ricordarci di
    quanto è accaduto ieri e l’altro ieri ancora.

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    1. Grazie! La mente non dovrebbe mai adagiarsi su convinzioni precostituite, ma mantenersi sempre accesa e critica.

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  3. hogwordsblog ha detto:

    Viviamo per la pancia e la bellezza. Una bella bugia o una brutta verità? Il problema è che spesso le due alternative non sono queste. Ogni tornata elettorale ascoltiamo belle bugie e brutte bugie. E’ il peggio che avanza… di anno in anno.

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  4. sherazade ha detto:

    Ottima riflessione che cade a puntino in questi ultimi giorni pre elettorali.
    È importante identificarsi in un gruppo mantenendo la propria individualità e capacità di porsi in discussione rispetto all’altro da noi.
    Non è cosa semplice perché serve avere gli strumenti culturali per decodificare di volta in volta autonomamente le scelte del gruppo di appartenenza e nn essere ‘gregge’.
    Sherabientot grazie

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    1. Grazie a te! La vivacità intellettuale è fondamentale per non uccidere la propria personalità e sensibilità a favore di una sterile omologazione, che impoverisce il singolo e la società. Buona giornata

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  5. bellaitalyblog ha detto:

    Ho attraversato la fase (o se vuoi la vita) politica italiana dagli anni ’70 ad oggi. Forse è come scrivi tu, anche se io penso che una volta si poteva usare il concetto di “appartenenza ad un gruppo”. Negli anni ’70 eri “rosso”, oppure un “nero” o ancora un democristiano. C’erano le ideologie che ti schieravano. Allora sì, si poteva parlare di senso di appartenenza. Ideologie che sono venute meno dopo tangentopoli e con la discesa in campo di Berlusconi. Da questo momento in poi l’ideologia si è trasformata in opportunismo. Mi schiero con X perché la mia logica affaristica mi porta vantaggi o quant’altro. E se vuoi anche in questo caso possiamo parlare di gruppi (piccoli gruppi di potere) che decidono per la massa. Bastano promesse irrealizzabili e il popolo, che ormai è ipnotizzato si adegua. Non sceglie. Si adegua a ciò che pensa sia più credibile tra quelli che le sparano grosse.
    La stampa ci ha messo del suo per arrivare a questo. Ormai se leggi i quotidiani o ascolti un telegiornale hai notizie identiche. Ovunque trovi la stessa cosa. Cambi canale o quotidiano ed è la stessa solfa. Il potere degli uffici stampa dei politici ha fatto il resto. Ti danno un fogliettino e la notizia è quella. Non andare a scavare o a cercare altre verità. Sarai etichettato come uno che scrive fake news. E tu sei solo contro una corazzata che riesce a convincere la massa che la verità non è la tua. Vedi Trump.
    E potrei fare anche altri esempi ma mi fermo qui. Buona giornata.

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    1. Infatti il riferimento politico si può estendere a qualsiasi altro campo in cui si sceglie di appartenere ad un gruppo (tifo per una squadra, azienda, ideologia..). Identificarsi in un gruppo è normale, ma bisogna fare attenzione a non perdere la propria oggettività nell’analizzare la realtà.

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