L’acchiappanuvole

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Sleeping Under The Clouds (Sharon Yamamoto)

Se c’era una cosa che calmava Emanuele, erano le nuvole. Guardarle, indicarle, indovinare a cosa somigliassero, a viverle.
– Mani in alto. Dammi tutti i tuoi soldi.
– E cosa ci vuoi comprare con i miei soldi?
– Tutti i lecca-lecca, le liquirizie e le meringhe.
– E la cioccolata?
– No, no, non la voglio. Mi fa venire il mal di pancia.
– Invece quei dolcetti, no. Eh?
– Guarda, Sofia!
– Cosa? Emanuele, che cosa?
– Le nuvole.
Eravamo usciti fuori dall’istituto, era talmente una bella giornata che non me l’ero sentita di fare lezione in una stanza. Oggi avevamo “il cielo in una stanza” come cantava Gino Paoli e il mio papà. Mentre la cantavo a Emanuele, mi veniva un magone stretto, qui, esattamente qui dove non ti passa l’aria. Le stonature mi riportavano a sorridere. Non credo che Ema mi abbia ascoltato nelle mie “performance canore” di poco fa. Meglio così! Emanuele era il più critico tra i miei pazienti, mi maltrattava talvolta per come mi vestivo o per il mio piercing al naso che non voleva mettessi. Rigido come la direttrice dell’istituto “Serena” che mi proibì di tenere quel grosso anello d’argento. Non le fui subito simpatica al colloquio di lavoro, presumo per essermi presentata in jeans, maglione e quel…quel..quell’anello. Oddio, no, stavo balbettando proprio come lei. Era una donna autoritaria, precisa e competente, ma se si emozionava troppo o le capitava un imprevisto, zagagliava. Giusto un po’. S’impettiva, prendeva aria, alzava il mento e riprendeva il filo del discorso. Lei lo sapeva bene quanto fosse difficile togliere quel difetto. Ce lo ricordava a ogni riunione. Da piccola la direttrice era balbuziente, sapeva bene come ci si sentisse a non potersi esprimere, a non farsi capire. Nei suoi occhi si leggeva l’orgoglio nell’aprire un centro di logopedia, neuropsichiatria e motricità infantile.
– Sofia, non è un orso quello?
– Secondo me è un uomo robusto.
– No, non lo vedi come ha le orecchie?
Io non riuscivo che a vedere delle nuvole, al limite ovatta, panna montata o al massimo la barba di babbo Natale, ma Emanuele ci vedeva altro. Un mondo che si stagliava sopra di noi e che io non riuscivo a vedere se non con la sua fantasia. Le parole ora uscivano meglio dalla sua bocca. Era passato un anno da quando lui era entrato a fare terapia con noi. Un anno difficile per tutti, sia per Emanuele che per me. Avevo chiesto alla direttrice di farmi sostituire con Gemma e prendere il suo posto con i suoi pazienti. La direttrice era stata categorica, non si poteva fare, troppo destabilizzante per i ragazzi. Volente o nolente avrei dovuto fare logopedia a Emanuele. Al corso per assistente infantile tutti dicevano che i bambini down sono dolcissimi, hanno grande volontà e si fanno amare fin da subito. Il più cocciuto e pigro lo beccai io. Testardo come un mulo, lo stesso che ci stava guardando al di là del recinto. Gli asini erano dolcissimi e collaboravano volentieri. Ema aveva paura di avvicinarsi a loro e lo costrinsi ad accarezzarlo afferrandogli la mano. Scappò spaventato e corsi a riprenderlo. Non so se fu allora che capii che ognuno ha i suoi tempi. Io e lui ci avevamo messo dei mesi per collaborare. Il padre ci aveva messo anni a metabolizzare la diversità del figlio, crollando però al primo colloquio familiare per essere stato un cattivo genitore. La madre l’aveva sentito nella pancia e ci mise quattro mesi, gli ultimi per accettare che la sua vita sarebbe stata diversa, difficile, ma che l’amore di suo figlio l’avrebbe aiutata. Ci avevamo messo mesi, quelli in cui io ed Emanuele abbiamo affrontato con difficoltà le lezioni. Ci avevo messo meno di tre mesi, subito dopo aver fatto il bi-test, in cui risultò una grande probabilità di avere un figlio down. Io ero crollata prima del padre di Ema e il mio bambino non l’avevo mai stretto. Neppure io ero stata un bravo genitore e quell’abbraccio con Emanuele mi aveva fatto capire che avevo superato il mio tempo. Avevo metabolizzato, non avevo più paura di quella malattia. Fu il nostro primo abbraccio, quello che dai tra madre e figlio. Eravamo rinati entrambi.
– Emanuele, è ora di andare.
– Cinque minuti.
– Devo andare da Carlotta e tu hai tua madre che ti aspetta. Sono le sedici.
– Un attimo. Ho quasi fatto.
– Di far cosa?
– Di acchiappare le nuvole.
Tutti i ragazzi dell’istituto erano speciali, ma Emanuele era Emanuele: il mio Emanuele.
Non avevo certezza che sarei più rimasta incinta dopo quell’aborto, le probabilità erano poche, il dottore era stato diretto con me. Fu già un miracolo allora e io sprecai una di quelle possibilità. Avevo paura e ora pagavo il prezzo di non stringere un figlio mio. Avevo tanti figli qui, volevo bene a tutti; avevo Emanuele che mi ricordava di quanto sia bello amare incondizionatamente non per il fatto di avere lo stesso sangue. Ci sono genitori biologici che non lo sono all’atto pratico. E questo l’avevo capito sulla mia pelle. Sono una madre adottiva, non biologica, non mi era riuscito. Avevo fecondato, ma non l’avevo accettato. Forse ero più brava nell’accudire i figli degli altri. Una balia. Ma in fondo chi lo stabilisce qual è la madre migliore? I figli non devono nascere per forza da una pancia, ma dal cuore.
Ecco, un cuore. Quella nuvola sembrava un cuore.
– Lo vedi, Emanuele? Anch’io riesco a vedere qualcosa nelle nuvole.
L’avevo detto a voce alta mentre andavo al parcheggio. Speravo che qualcuno mi sentisse. Ero sola, come quel giorno in ospedale. Ivano non sapeva nulla della gravidanza. Allora lui lavorava lontano e aspettavo che tornasse per dirgli tutto. Siamo giovani, forse Dio mi perdonerà e mi darà un’altra possibilità come aveva fatto Ivano. C’era voluto del tempo, tanto tempo prima che Ivano mi perdonasse.
Mi sentivo meglio, era stata una giornata pesante per il mio cuore. La testa mi girava. Meglio infilare il casco e tornare a casa. Domani a Emanuele racconterò del cuore che avevo visto, per oggi basta stare sulle nuvole.

Tiziana Balestro

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