L’eredità del terzo Reich collegata alla xenofobia odierna e all’intolleranza politica

Da pochi giorni è trascorso il giorno della memoria, allora è interessante e doveroso analizzare questi fenomeni anche da un punto di vista neuroscientifico. Chi – o cosa – è responsabile della xenofobia, dell’intolleranza politica e dei partiti politici radicali che si stanno diffondendo in Germania e nel resto d’Europa? Un nuovo studio della Rice University e della Washington University di St. Louis mostra che un fattore importante è la vicinanza delle persone agli ex campi di concentramento nazisti. “Legacy of the Third Reich: Concentration Camps and Outgroup Intolerance” apparirà in una prossima edizione della rivista American Political Science Review. I ricercatori della Washington University erano interessati a capire perché alcuni europei siano più xenofobi, meno accettanti rispetto al diverso e più favorevoli ai partiti politici radicali di destra. I ricercatori si sono concentrati da vicino sulla Germania, ma hanno anche esaminato altre parti d’Europa. Hanno esaminato le risposte al sondaggio dell’European Values ​​Study e del German Social Social Survey nonché i recenti risultati elettorali. Erano particolarmente interessati a spiegare l’intolleranza verso ebrei, musulmani e stranieri e il sostegno a partiti radicali di destra. I ricercatori hanno anche usato i dati del censimento, le informazioni sulla posizione dei campi di concentramento del Terzo Reich e i risultati storici delle elezioni. I ricercatori hanno trovato prove coerenti che i tedeschi di oggi che vivono più vicini ai campi di concentramento sono più xenofobi; meno tollerante nei confronti di ebrei, musulmani e immigrati; e più probabilmente a sostenere partiti politici di estrema destra. Hanno anche trovato prove preliminari di questo comportamento in altre parti d’Europa. Si ritiene che gli individui che vivono vicino ai campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale avevano maggiori probabilità di conformarsi al sistema di credenze del regime. E pensano che ciò sia dovuto alla dissonanza cognitiva. La dissonanza cognitiva è il processo delle persone che giustificano nuove informazioni e credenze che non necessariamente allineano i loro valori al fine di eliminare i sensi di colpa o il disagio psicologico. Nel caso dell’Olocausto, queste credenze sono state tramandate di generazione in generazione. Mentre le cause dell’Olocausto hanno attirato un’ampia attenzione accademica, le sue conseguenze sociopolitiche a lungo termine sono meno comprese. Queste prove dimostrano che quando si tratta di atteggiamenti politici, queste conseguenze sono reali e misurabili anche oggi. Il pregiudizio che questa istituzione razzista e disumana ha instillato nella popolazione locale è difficile da cancellare anche dopo che l’istituzione stessa è scomparsa da tempo. Ricerche precedenti negli Stati Uniti hanno stabilito un legame simile tra credenze politiche estreme o razzismo e vicinanza ad aree che una volta erano luoghi in cui si trovavano un gran numero di schiavi. Un’altra spiegazione potrebbe essere trovata nell’humus culturale di questi luoghi, che se sono stati terreno fertile per l’intolleranza in passato, potrebbero esserlo tuttora, a meno che non sia stato fatto in maniera instancabile un lavoro di “riabilitazione”. Queste spiegazioni storiche per i pregiudizi odierni sono particolarmente tempestive poiché gli sviluppi politici negli Stati Uniti e in Europa hanno riportato alla ribalta l’intolleranza verso i gruppi emarginati. È importante comprendere sia i fattori contemporanei che i lasciti storici che rendono attraenti gli appelli politici esclusivi. Evidentemente non basta più lanciare il monito “per non dimenticare”, ormai è tempo di rinnovare le ferite, far sentire che il problema è oggi e probabilmente sarà domani se non sentiremo vivo quel dolore per una delle pagine più brutte dell’umanità.

Daniele Corbo

Bibliografia: “Legacies of the Third Reich: Concentration Camps and Out-group Intolerance”. JONATHAN HOMOLA, MIGUEL M. PEREIRA and MARGIT TAVITS. American Political Science Review

Immagine: Concentration Camp Dachau (Saif Osmani)

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. zoon ha detto:

    propendo più per un fattore “culturale” proveniente dal passato che per un discorso di contiguità fisica. la cultura può quasi tutto, nel bene e nel male.

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    1. Penso che sia così anche io…cultura intesa come condizionamenti di vario tipo.

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  2. I più grandi antisemiti si trovano in Polonia, nei paesi baltici e in Ucraina e nei paesi occidentali esclusa la Germania ove tale sentimenti è raro o solo in certi luoghi dell’ex DDR o Germania est

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    1. Infatti lo studio non sosteneva che la popolazione tedesca fosse antisemita, ma la correlava alla vicinanza con i campi di concentramento. Per esempio Auschwitz è in Polonia.. Inoltre credo che lo studio fosse limitato all’Europa occidentale.

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  3. Paesi che se ne fregano altamente di qualsiasi ricordo e che scaricano sugli altri le.loro colpe figurando dalla parte del vincitore che in sto caso è l’URSS. Loro come ex paesi satelliti ci hanno mangiato sopra vivendo di rendita

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    1. Tra l’altro di campi di concentramento ce ne erano anche in Russia. E, come dici tu, non credo che lì sia stato fatto un discorso di memoria dell’orrore. Comunque sia chiaro che l’articolo non era assolutamente politico, ma era indirizzato ad approfondire un fenomeno di tipo neuroscientifico.

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      1. No no, figurati ma leggo sui media ufficiosi sempre versioni in una sola direzione e tanti altri ben coinvolti assolti solo perché passati sotto la bandiera giusta al momento giusto..

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