Il ruolo dell’emozione nella funzione mnestica: gli eventi negativi si ricordano meglio o peggio?

Memory Painting by Easam Darawshi

Attraverso la memoria è possibile immagazzinare e rievocare informazioni, in maniera più o meno consapevole, più o meno volontaria, nei contesti e nelle modalità più svariate. Si tratta di una competenza che viene raggiunta dopo un complesso percorso evolutivo, data la componente organica, fisiologica e cognitiva fortemente connessa con la funzionalità e l’utilizzo della memoria. Ma il procedimento mnestico non si limita solo al coinvolgimento di elementi fisiologici e cerebrali: si è infatti riscontrato da più parti come anche la componente affettiva, e in particolare l’emozione, possa svolgere un’influenza fondamentale nel suo funzionamento specifico.

Sono proprio le componenti neurocorrelate delle emozioni ad influire sulla natura del processo mnestico. In particolare si fa riferimento alla emozioni negative, che causano direttamente un aumento della presenza di cortisolo, a causa del quale l’attività mnestica dell’ippocampo può risultare danneggiata, limitata, e in qualche caso compromessa (Allen et al., 1999). Inoltre, la disregolazione circa la produzione e la circolazione del glutammato può ugualmente compromettere la funzionalità della memoria, causando in qualche caso episodi dissociativi  (Siracusano, 2014). A tal proposito si segnala come la presenza di esperienze dissociative e di flashback relativi ad un’esperienza traumatica, accompagnati da un senso di depersonalizzazione, di estraneità e di distacco emotivo dall’evento, possono risultare ascrivibili proprio ad un funzionamento falsato della memoria dovuto alle condizioni di particolare stress nelle quali l’episodio è stato vissuto, elaborato e dunque immagazzinato.

LA PROSPETTIVA PSICODINAMICA SUL RICORDO TRAUMATICO: L’EVENTO NEGATIVO VIENE “DIMENTICATO”

La psicodinamica ha messo in luce come la possibilità di rievocazione si riveli difficoltosa specie in caso di eventi che sono stati in grado di destabilizzare l’omeostasi psichico –affettiva del soggetto. In conseguenza di un accadimento ad alto impatto emotivo l’Io può infatti attuare una serie di meccanismi di difesa finalizzati a fronteggiare lo stato tensivo che deriva dal vissuto traumatico e a renderlo inaccessibile alla coscienza.

In qualche caso si ricorre alla rimozione, un meccanismo di difesa tipico delle personalità isteriche, in cui fa difetto una capacità regolativa delle emozioni ma nelle quali viene preservato un certo contatto con la realtà e un certo grado di insight, oltre che di tolleranza dell’ansia e della frustrazione (Freud, 1936). Si utilizza in tutti i casi in cui il soggetto cerca di rifuggire vissuti intrapsichici dolorosi, conflittuali, colpevoli e dunque non attuabili: si parla di pulsioni sessuali percepite durante l’infanzia verso uno dei genitori e in seguito rimosse, o ancora di pulsioni censurate dal Super-Io (Freud, 1901). In tali casi la pulsione viene rimossa nell’inconscio, e da questo momento l’obiettivo dell’Io è quello di continuare ad investire energie pulsionali per garantire la permanenza della pulsione stessa all’interno dell’inconscio.

In altri casi si fa ricorso al diniego, la cui caratteristica è quella di consentire la cancellazione totale del ricordo dalla propria esperienza psichica. Si tratta del meccanismo di difesa che caratterizza disturbi dissociativi di personalità in cui, nel tentativo di escludere dal vissuto emotivo l’evento, il soggetto traumatizzato disgrega la propria identità creando una serie di personalità alternative alla propria, cui attribuisce la colpa e il peso dell’evento vissuto (McWilliams, 2011).

La dissociazione è l’unico strumento per evitare la morte psichica, il solo mezzo di fuga quando la fuga non è possibile: il soggetto arriva a dissociare la propria identità, creando personalità multiple, pur di non riconoscere come proprio l’evento vissuto (Putnam 2001). Questo comporta un distacco dalla realtà unito ad un’incapacità di riconoscere il Sé come integrato e unicamente strutturato: il soggetto con disturbo dissociativo di personalità non ricorda l’evento vissuto semplicemente perché è convinto di non averlo vissuto, lo ha compartimentalizzato distaccandolo dal Sé definitivamente.

I traumi oggetto di diniego sono spesso legati ad abusi, a violenze, a gravi maltrattamenti che la vittima recepisce come inaccettabili e che vive con stigmatizzazione e senso di autocolpevolezza. Immaginiamo ad esempio un soggetto che ha subito una violenza intrafamiliare: si sente colpevole di questo vissuto traumatico, del quale non riesce ad accettare l’accadimento (Gabbard, 2015) . Per far fronte a questo shock che rischia di destabilizzarlo e che non è in grado di rielaborare adattivamente, egli rifugge il vissuto traumatico creando delle personalità conviventi con la propria, che hanno vissuto al suo posto l’accaduto; ma al contempo non ricorda l’evento, lo ha espulso dalla coscienza, così come ha espulso le personalità che fanno parte del suo Sé. Ecco il motivo per il quale i sintomi dissociativi sono collegati ad episodi di amnesia e depersonalizzazione. La differenza con la rimozione vista in precedenza sta proprio in questo: nella rimozione l’evento non viene disconosciuto, né allontanato dal Sé. Esso continua a far parte del vissuto emotivo e mnestico del soggetto, per quanto in una maniera inconsapevole.

Al contrario il diniego allontana dalla realtà personale l’evento traumatico, lo disconosce, e suggella questa non appartenenza con la creazione di altre personalità che hanno vissuto l’evento al posto suo. La dissociazione non rinnega dunque  i contenuti mentali, piuttosto aliena l’individuo da aspetti del Sé incompatibili, e questo meccanismo entra in funzione perché il conflitto non si limita ad essere doloroso e spiacevole, come nella rimozione, ma si presenta come intollerabile, insostenibile, persecutorio (Bromberg, 2006).

LA TEORIA DELL’ADATTAMENTO EVOLUTIVO: LE MEMORIE NEGATIVE SI RICORDANO MEGLIO

Ulteriori versanti scientifici ritengono tuttavia che proprio i ricordi connotati da emozioni negative sarebbero maggiormente rievocabili, e questo per alcuni motivi fondamentali: in primo luogo un evento negativo ha molto spesso una portata traumatica, stressante, destinata in qualche modo a modificare l’esistenza di colui che lo ha sperimentato, mettendo a repentaglio la sua tranquillità psichica, a volte la sua esistenza stessa. In virtù della teoria della sopravvivenza, e dell’istinto adattivo dalla stessa generato, il soggetto è dunque costretto ad immagazzinare l’evento in una maniera più profonda ed elaborata, al fine di ricordarne il contenuto, i connotati, le caratteristiche che l’hanno accompagnato, per evitare, in futuro, qualsiasi fattore possa risultare allo stesso affine. Il soggetto ricorda con maggior allerta il ricordo traumatico proprio per non doverlo rivivere e per non dover fronteggiare nulla di nemmeno somigliante allo stesso. “Ci ricordiamo di chi non si comporta bene con noi. È così che sopravviviamo. Tendiamo a dimenticare le persone che sono buone con noi, perché non sono un problema per la nostra sopravvivenza” (Zhou, cit. in Saachi, 2015).

Inoltre, questa maggior attenzione agli stimoli rievocanti il ricordo negativo, da una parte spinge il soggetto ad immagazzinarlo nella MLT,  e dunque a renderlo maggiormente solido e strutturato, e dall’altra lo costringe a rievocarlo continuamente in una strategia di associazione finalizzata all’evitamento (Lovedey, cit. in Saachi, 2015). In poche parole il soggetto che ricorda un vissuto negativo è costretto a rievocarlo di continuo e ad associarlo con altri stimoli elicitanti con cui si imbatte proprio al fine di non riviverlo di nuovo.

L’associazione dunque non fa che rendere più accessibile il ricordo alla coscienza attiva, fortificando il legame tra memoria e ragionamento cognitivo. “Se un’associazione è stata fatta solo una volta, non avrete una reazione particolarmente forte, ed è possibile che non basti un dettaglio per scatenare l’intero ricordo,” sostiene Loveday. Ad ogni modo, “se quell’associazione continua nel tempo, non ci vorrà molto perché una delle due cose provochi automaticamente anche l’altra.” (Lovedey, cit. in Saachi, 2015). In questo caso dunque, lungi dal venir dimenticato o rimosso, l’evento negativo è fonte di continua rievocazione di se stesso.

IL CASO DELLE FLASH BULB MEMORIES

Eventi positivi o al contrario eventi traumatici o di portata eccezionalmente ansiosa per il Sé possono essere definiti come flashbulb memories, ovvero come ricordi fotografici, istantanei, dotati di incredibile capacità rievocativa. Si tratta di memorie legate al contesto spazio-temporale nel quale l’evento è stato immagazzinato, caratterizzate altresì da forti connotati emotivi e da attenzione selettiva sugli aspetti salienti relativi all’evento stesso: evento che nella maggior parte dei casi è dotato di eccezionalità tale da renderlo maggiormente passibile di rievocazione.

Ad esempio, si è scoperto come memorie legate ad un evento traumatico si presentino, rispetto a memorie non eccezionali né traumatiche, eccessivamente immaginifiche, reali e involontarie, capaci di evocare risposte emozionali esagerate e di allarme e prive del tratto di identità tipico delle memoria semantiche (Horowitz, 1999). Si tratterebbe di un effetto dovuto ad un’iperattività dell’amigdala, la struttura cerebrale direttamente collegata con l’ippocampo nel procedimento mnestico e con esso in mutua regolazione. Nello specifico le flashbulb memories, o memorie emotivamente connotate, mantengono lo stato di memorie episodiche senza venir verbalizzate in memorie semantiche, e proprio questa componente emozionale subsimbolica sarebbe in grado di renderle maggiormente vivide e rievocabili nei più variegati contesti.

CONCLUSIONI

Le posizioni appena esposte sembrano inconciliabili, e non sappiamo quale sia veritiera: i ricordi negativi si ricordano meglio o al contrario vengono esclusi dalla coscienza? Nell’ipotesi che si debba propendere per la validità di entrambe le teorie, e che sia necessario, per giustificare l’applicazione di una o dell’altra, far riferimento alle componenti personali e personologiche dei singoli individui, possiamo affermare che in ogni caso l’emozione esercita un ruolo fondamentale nelle varie fasi del processo mnestico, e che la sua capacità di influenzare, condizionare e talvolta determinare le modalità di immagazzinamento dell’evento, si ripercuote fortemente anche nella competenza rievocativa dello stesso.

M. Rebecca Farsi

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Allen, J.G. Console, D.A, Lewis, L. (1999), “Dissociative detachment and memory impairment: reversible amnesia or encoding failure?”, In Comprehensive Psychiatry, 40, pp. 160-171;
Bromberg, P. (1996), Clinica del trauma e della dissociazione, tr.it Raffaello Cortina, Milano, 2007;
Freud, A. (1936), L’io e i meccanismi di difesa, Bollati Boringhieri, Torino, 2012;
Freud, S. (1920), Freud, S. (1901), “Casi Clinici 3 , Dora: frammento di un’analisi di isteria, 1901”, CollanaBiblioteca Boringhieri, n. 17, Bollati Boringhieri, Torino 1976;
Gabbard, G.O. (2015), Psichiatria Psicodinamica, trad. it. Raffaello Cortina, Milano;
Horowitz, M.J. (1999), Models of conscious representations and their exploration through psychotherapy, in Singer, J.A, Salovey, P. (a cura di), At play in the fields consciousness: essays in honor of Jerome Singer, Erlbaum, Mahwah, N.J.;
McWilliams, N. (2011) , La diagnosi psicoanalitica, tr. it. Astrolabio, Roma 2012;
Putnam, F.W. (2001), La dissociazione nei bambini e negli adolescenti, tr.it. Astrolabio, Roma, 2005;
Saachi, K. (2015), Perché il cervello conserva i brutti ricordi, risorsa informatica contenuta in https://www.vice.com/it/article/784jjb/perche-il-cervello-conserva-i-brutti-ricordi;
Siracusano, A. ( 2014), Manuale di Psichiatria, ( a cura di), Edizioni Scientifiche, Roma.

Immagine: Memory (Easam Darawshi)

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Sephiroth ha detto:

    Meglio purtroppo. Molto meglio.

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  2. “Ci ricordiamo di chi non si comporta bene con noi. È così che sopravviviamo. Tendiamo a dimenticare le persone che sono buone con noi, perché non sono un problema per la nostra sopravvivenza” (Zhou, cit. in Saachi, 2015). Se ci ricordiamo di chi non si comporta bene con noi allora il rancore avrebbe questa funzione di sopravvivenza. Ma questo mi porta a pensare che anche il sentimento opposto, cioè la gratitudine, potrebbe avere la stessa funzione, perché rafforzerebbe i legami con le persone che ci hanno aiutato e che potrebbero aiutarci di nuovo, no? 🤔 Molto interessante l’articolo.

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  3. M. Rebecca Farsi ha detto:

    Molto interessante anche la tua osservazione, che condivido.

    Piace a 1 persona

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