L’effetto “crowding” nella dislessia: quando le parole si affollano

Dyslexia Painting by Lubomir Tkacik |

Svariati studi di neuroimaging hanno dimostrato come nei bambini affetti da dislessia evolutiva sia presente un disturbo specifico nell’elaborazione di un segnale visivo seguito da una maschera, ovvero uno stimolo distrattore presentato successivamente, che provoca un’interferenza sull’elaborazione del segnale (Di Lollo, Hanson, McIntyre, 1983). Tale difficoltà sarebbe provocata da un deficit funzionale nella via visiva magnocellulare, un’area preposta all’analisi del movimento degli stimoli visivi e delle relazioni visuospaziali tra gli oggetti, che impedirebbe ai dislessici di mantenere un’attenzione costante e coerente sugli stimoli presentati. Tale via magnocellulare (M) avrebbe un corrispondente anche nell’ascolto, e questo servirebbe a spiegare la difficoltà del dislessico di elaborare il segnale anche dal punto di vista uditivo, nella via fonologica indiretta utile al processo di conversione grafema-fonema (Tallal, 2004). Si ipotizza dunque che nel dislessico potrebbe sussistere l’interazione di un deficit a livello uditivo e visivo, entrambi attribuibili ad una disfunzione della via magnocellulare, che impedisce di elaborare stimoli sensoriali brevi o presentati in rapida successione temporale sia dal punto di vista uditivo che visivo ( Farmer e Klein, 1995).

Anche Facoetti e colleghi (2006), hanno dimostrato che nel disturbo di dislessia vi sia un problema di mantenimento e di spostamento dell’attenzione spaziale, sa visiva che uditiva, associato soprattutto all’utilizzo della via indiretta fonologica, utile alla decodifica delle non parole, lette tramite la conversione grafema- fonema, che prevede l’analisi delle singole sub-unità che compongono la parola prima di consentirne la lettura.

Nello specifico tale deficit di attenzione spaziale impedisce di isolare le singole parti sublessicali dello stimolo da leggere, ma non vi sono ancora studi approfonditi e oggettivi in grado di dimostrare e generalizzare una simile ipotesi eziopatogenetica.

Ciò che verrebbe dimostrato, in caso di fondatezza di questa ipotesi, è che i dislessici non riescono a distinguere in maniera nitida gli stimoli presentati, e anziché vederli in maniera chiara ed incontrovertibile, tendono a percepirli come mescolati l’uno all’altro in maniera confusiva. Chiaro come, soprattutto in caso di non parole o di parole sconosciute, dove la lettura è possibile soltanto dopo un’attenta operazione di conversione grafema-fonema tramite la via fonologica (in pratica bisogna leggere lettera per lettera come se le vedessimo per la prima volta) la decodifica risulti fortemente compromessa nell’accuratezza e nella velocità (Spinelli et al., 2002).

Si tratta del c.d. “perceptual crowding” (affollamento percettivo), in base al quale la visione di ogni singola lettera è disturbata da quelle che la circondano, dagli scarsi spazi posti tra una parola e l’altra. In pratica è come se le persone dislessiche, anziché percepire una visione delle parole chiara e ben distinta, le vedessero prive della loro naturale divisione, come se fossero tutte assommate le une sulle altre, assieme alle varie lettere che le compongono. Questo compromette notevolmente la velocità e la correttezza di quanto deve essere letto, che naturalmente, stante questo deficit probabilmente attribuibile alla disfunzione della via magnocellulare, appare incomprensibile e incoerente agli occhi del lettore (Cornoldi, 2007).

Si tratta di un effetto la cui presenza può essere desunta, e in un certo senso confermata, anche in via empirica: ogni insegnante che abbia avuto a che fare con casi di dislessia avrà infatti notato come la lettura di questi soggetti si mostri colma dei c.d. “silenzi attivi”, pause stentate e visibilmente sofferte durante le quali il dislessico cerca di fronteggiare le difficoltà di decodifica con un maggior impiego delle risorse cognitive e attentive, meditando possibili interpretazioni della parole. A testimonianza di ciò si riscontra anche un impiego peggiore dello strumento visivo: le saccadi, rapidi movimenti effettuati dall’occhio per far coincidere la zona di interesse con la fovea, risultano molto più numerose nei dislessici che nei normodotati: il rapporto riferito è di 8 a 20 (Cornoldi, 2007), una disfunzione che parrebbe dovuta, in questo caso, anche alla presenza di ipermetropia, un disturbo visivo che comporta la visione offuscata di oggetti vicini e lontani. L’ipermetrope cerca continuamente di mettere a fuoco ciò che vuol vedere, ma non ci riesce affatto, o comunque con grande svantaggio.

In questo caso siamo di fronte circa 12 movimenti oculari in più, che stanno a simboleggiare le difficoltà incontrate dal soggetto dislessico, anche e soprattutto dal punto di vista visivo, per identificare lo stimolo. Ecco dunque che la dislessia potrebbe risultare correlata anche all’ipermetropia, che deve essere pertanto opportunamente corretta nei training di potenziamento specifici.

Hanno preso parte al programma 14 bambini dislessici tra gli 8 e gli 11 anni, ai quali è stato richiesto di riconoscere trigrammi di lettere con differenti valori di spaziatura, e presentati a diversi gradi di eccentricità su entrambi i versanti del punto di fissazione (training denominato dagli autori “Trigram”).

Dopo due settimane di training la velocità di lettura alle parole è passata da 1.88 syl/sec (SD:±0.74) a 2.19 syl/sec (±0.86). La velocità di lettura alle non-parole è salita invece da 1.13 (±0.39) syl/sec a 1.28 (±0.42) syl/sec. ( Magostini, 2017).

Il programma di riabilitazione visuopercettiva TRIGRAM si è dunque mostrato efficace nell’incremento della velocità della lettura delle parole e non parole, dimostrando come i programmi di riabilitazione, in questo senso, dovrebbero essere multidisciplinari, considerando tutti gli aspetti coinvolti nella lettura. In caso contrario, ignorando un aspetto così importante della decodifica, si rischia di incentrare il programma di potenziamento su caratteristiche non sufficienti al miglioramento del disturbo dislessico, che potrebbe non dipendere soltanto da una carenza nella percezione fonologica e nella conversione grafemica della parola, ma anche da deficit relativi ad altre dimensioni, come quella propriamente visuospaziale e di disfunzione nel processo di mascheramento laterale dello stimolo.

M. Rebecca Farsi

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Cornoldi, C. (2007), Difficoltà e disturbi dell’apprendimento, Il Mulino, Bologna;
  • Di Lollo, V., Hanson, D., Mcintyre, J.S. (1983), Initial stages of visual information processing in dyslexia, in Journal of Experimental Psychology: human perception and performance, 6, pp. 623-635;
  • Facoetti, A., Zorzi, M. Cestnik, L., Lorusso, M.L.,  Molteni, M., Paganoni, P., Umiltà, C., Mascetti, G.G. (2006), The relationship between visuospatial attention and non word reading in developmental dyslexia, in Cognitive Neuropsychology, 23, pp. 841-855;
  • Farmer, M.E., Klein, R.M. (1995), The evidence for a temporal processing deficit-linked to dyslexia, in Psychonomic Bulletin Review, 2, pp. 469-493;
  • Magostini, F. (2017), Crowding e dislessia: training visivo, risorsa informatica in https://www.crvisione.it/wordpress/training-visivo-effetto-affollamento-e-dislessia;
  • Spinelli, D., De Luca, M., Judica, A., Zoccolotti, P. (2002), Crowding effects on word identification in developmental dyslexia, in Cortex, 38, pp. 179-200;
  • Tallal, P. (2004), Improving language and literacy is a matter of time, in Nature Review Neuroscience, 5, pp. 721-728.

Immagine: Dyslexia (Lubomir Tkacik)

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. janettelart ha detto:

    Troppe volte leggo il termine “deficit”, ma in realtà il sistema di apprendimento dovrebbe basarsi su strumenti e metodologie che non implichino sistemi tradizionali. Non è un deficit, sono i non dislessici inadeguati ad entrare nelle loro capacità di decodificare diversamente.😉

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  2. M. Rebecca Farsi ha detto:

    Sono d’accordo con te.
    Tuttavia il termine “deficit” è utilizzato, in ambito scientifico, con una funzionalità meramente indicativa, in riferimento agli ambiti in cui, oggettivamente, i dislessici presentano uno svantaggio funzionale riscontrabile anche dal punto di vista organico. Ma le prospettive della ricerca, e soprattutto quelle della didattica scolastica, si stanno muovendo in una direzione quanto più possibile inclusiva verso i DSA, anziché integrativa, come in precedenza. Laddove integrazione significa “accettare” le diversità funzionali di un soggetto, conformarsi alle stesse normalizzando, in un certo senso, il “diverso”; mentre inclusione fa riferimento ad una dimensione di apprendimento globale e sistemico che necessita delle caratteristiche di tutti i soggetti che ne fanno parte, compresi i DSA, per funzionare in sincronia.
    Nessun adattamento,quindi. I DSA sono a loro volta portatori di importanti connotazioni, cognitive ed emotive, indispensabili al buon funzionamento del contesto di apprendimento scolastico.
    Grazie del tuo importante commento, che ha fornito preziosi spunti di riflessione!!

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