La “capacità di stare da soli” come fattore protettivo contro i disturbi di separazione.

Solitude 1 Painting by Ronald Davis II

La capacità di stare da soli viene identificata come una competenza basilare per la costruzione dell’identità, la stabilità del Sé e del Sé relazionale. Winnicott (1970) è stato il primo a parlare di questa importante esperienza individuale grazie alla quale si apprende non solo a tollerare un contesto di solitudine, ma altresì a coglierne gli aspetti funzionali e ad apprezzarli. Paradossalmente la capacità di stare da soli viene considerata l’elemento fondamentale per una buona costruzione delle relazioni sociali, un po’ come dire che per apprendere a stare con gli altri dobbiamo prima imparare a stare con noi stessi.

Stare da soli aiuta innanzitutto a cogliere quegli aspetti della solitudine che ci rendono consapevoli di noi stessi, a comprendere i nostri bisogni individuali, a confrontarci con le nostre più intime pulsioni senza temerle né sfuggirle; significa possedere una consapevolezza del Sé stabile, una buona regolazione emotiva, una solida identità capace di tollerare le ansie, i fallimenti empatici e le frustrazioni senza lasciarsene destabilizzare.

Per non sperimentare vissuti di disagio, angoscia e negativismo ogni qualvolta ci si ritrova da soli, è necessario aver sviluppato una serie di competenze che affondano le radici nell’esperienza infantile. Quella primissime fasi della vita che vedono la costruzione di un sano rapporto diadico come una tappa fondamentale del percorso evolutivo.

In un momento nel quale il bambino dipende ancora interamente dalla madre, la sua presenza gli è indispensabile per sperimentare percezioni di “salvezza” in risposta alle proprie angosce. La madre, nello specifico, deve supportare il bambino nelle fasi in cui comincia a comprendere la propria autonomia esistenziale, fornendogli le capacità di tollerare l’ansia che questa scoperta gli provoca.

Se la madre non sarà in grado di raccogliere queste ansie e di restituirle al bambino in una forma più tollerabile, esse non solo non verranno rielaborate adattivamente, ma risulteranno accresciute e pericolosamente invasive del Sé. La buona madre è quella che Winnicott chiama madre ambiente: una madre che si mostra responsiva ai bisogni del bambino, che è in grado di “manipolare”- (handling)- il suo corpo in una finalità protettiva e di costruire le basi della sua psiche attraverso una solida e costante presenza affettiva (1970). È una madre, quella ambiente, che riconosce i bisogni del figlio, che è capace di interpretarli e di appagarli senza al contempo mostrarsi così condiscendente da anticiparli; è una madre supportiva e presente, e tuttavia priva di investimenti narcisistici nei confronti del bambino, al quale concede libertà di espressione pulsionale e possibilità di palesare in autonomia le proprie necessità fisiche e affettive, perché impari così a regolarle, a conoscerle, ad interpretarle da solo.  

Al contrario, una madre che si sostituisce al figlio e anticipa suoi bisogni, le sue paure, le sue difficoltà sarà anche una madre invasiva che non consentirà al figlio di strutturare un Sé solido e consapevole. Così come una madre che si allontana troppo dal figlio e non risponde ai suoi richiami ingenererà in lui una perenne paura dell’abbandono. In entrambi in casi si crea nel bambino la paura di “stare da solo”: nell’un caso perché, a causa di una madre onnipresente, si sente perduto senza di lei. Nell’altro perché, a causa di una mamma assente e inautentica, teme l’abbandono al punto di privarsi di qualsiasi relazione sociale.

Anche Bowlby ritiene che l’atteggiamento materno nelle prime fasi di vita serva a sviluppare la capacità di stare da solo, senza temere la solitudine. Questo significa che la madre non dovrà mostrarsi né eccessivamente intrusiva né oltremodo evitante, poiché in entrambi i casi causerà situazioni emotive disfunzionali, volte in un caso all’amplificazione, in un altro all’evitamento del bisogno.

Sul presupposto che il bambino, in questa fase evolutiva, introietta tutto ciò che gli viene fornito e mostrato dalla madre, e che la natura di questo introietto verrà riflettuta nella realtà esterna, ad un oggetto introiettato buono e rassicurante corrisponderà una proiezione sull’ambiente esterno egualmente sicura. Sarà dunque la madre a dover costruire un ambiente sufficientemente rassicurante, attorno al bambino, e potrà farlo solo stabilendo con lui una giusta relazione di prossimità: abbastanza vicina da farlo sentire protetto, ma anche sufficientemente distante da farlo sentire libero e indipendente. L’importante è garantire la sicurezza del ritorno dopo una separazione, della ricostruzione dopo una distruzione. Il bambino deve consolidare la convinzione che la madre, anche in caso di allontanamento, farà il suo ritorno; deve considerare il momento di separazione da lei non come un distacco definitivo, una sorta di lutto in cui il ricongiungimento non sarà più possibile, bensì come un’occasione di crescita, di sviluppo dell’alterità, dell’indipendenza del Sé.

Questo sarà possibile se il bambino avrà interiorizzato una figura genitoriale buona e responsiva, che gli abbia fornito sensazioni positive circa il presente, il futuro e l’ambiente circostante. La consapevolezza della presenza non opprimente né evitante della madre, dunque la madre ambiente, ingenererà nel bambino la convinzione di poter padroneggiare la propria realtà psichica, e di poterla regolare con efficacia interpersonale: questa sensazione positiva consente al bambino di sentirsi tranquillo anche in assenza di stimoli esterni, anche in riposo, anche da solo (Winnicott, 1970).

Non si tratta certo di un processo da attuare hic et nunc. Sarà invece necessaria una certa gradualità, in base alla quale la mamma dovrà essere in grado di attendere i bisogni del bambino senza anticiparli, ma limitandosi ad assecondarli non appena lui li manifesterà, consentendogli così la possibilità dell’espressione autonoma.

Al contempo anche le separazioni dovranno mostrarsi progressive, senza mai assumere l’aspetto di una recisione totale: “la relazionalità dell’Io si riferisce al rapporto tra due persone, una delle quali in ogni caso è sola. Forse entrambe sono sole, ma la presenza di ciascuna è importante per l’altra” ( Winnicott, 1970, p. 33). La madre dovrà dunque trovarsi nella stessa stanza del figlio, lasciandolo tuttavia da solo. Dovrà contribuire a formare in lui la consapevolezza della presenza materna pur nella sua assenza, strutturando la convinzione che in ogni caso, se ne avrà bisogno, lei interverrà.

Ma nel frattempo, prima di questo momento, entrambi sono soli pur essendo vicini, e questa realtà costituisce la base dell’autonomia esistenziale. “L’essere capace di godere di essere solo assieme ad un’altra persona, che è pure sola, è di per sé un’esperienza sana” (Winnicott, 1970, p. 33).

LA MANCATA FORMAZIONE DELLA CAPACITÀ DI STARE DA SOLO: EFFETTI PATOLOGICI

Nella certezza che, paradossalmente, la situazione di solitudine implica sempre la presenza di un’altra persona, sarà possibile evitare la formazione di un’esistenza interiore e relazionale disfunzionata proprio grazie alla relazione equilibrata con l’altro. Altrimenti potrebbero verificarsi patologie come il disturbo evitante della personalità che, costruito sulla percezione di un oggetto materno instabile, costringe ad evitare qualsiasi tipo relazione esterna, o a viverla con estremo disagio; oppure disturbi legati allo spettro ansioso come l’agorafobia, nel quale una traumatica separazione materna viene replicata tramite la paura di restare da soli e di allontanarsi senza la presenza di un caregiver che rappresenti l’identificazione sostituiva della madre perduta; o ancora il disturbo della personalità dipendente, in cui la paura della perdita dell’oggetto buono è tale da spingere il soggetto alla ricerca continua di un rapporto relazionale dal quale dipendere adesivamente e in maniera acritica. Pur di mantenere in piedi certe relazioni, il soggetto dipendente è infatti disposto ad accettare qualsivoglia trattamento, condizione o regola da parte di colui da cui dipende: la ragione di questa disfunzione relazionale è identificabile proprio nella mancata accettazione della solitudine, e dunque nella mancata acquisizione della competenza di stare da solo. Il soggetto dipendente non è capace di interpretare, senza uno stato d’animo angoscioso, la pulsione individuale che emerge nella solitudine; non è dunque capace di relazionarsi al Sé, ma solo all’altro, nel quale si identifica, si appoggia, si fonde totalmente. Perdere l’altro significherebbe così anche perdere il Sé. Una madre condiscendente, onnipresente e intrusiva che non ha concesso autonomia pulsionale ed empatica sotto questo punto di vista, ha dunque creato un Sé fragile e inconsistente che crede di poter sopravvivere solo in presenza di un altro.

Alla luce di ciò è chiaro come s’impari a stare da soli grazie alle figure primarie che agevolano tale facoltà, costruendo un buon equilibrio tra vicinanza e lontananza. In caso contrario non si riuscirà ad interpretare la solitudine come un momento di conoscenza del sé e del mondo, bensì come una minaccia per il Sé, un rischio di disintegrazione e di disgregazione interiore. 

M. Rebecca Farsi

Riferimenti bibliografici

Bowlby, J. (1988), Una base sicura, Raffaello Cortina Editore, Milano;
Winnicott, D.W. (1970), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, Roma, 2012.

Immagine: Solitude 1 (Ronald Davis)

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. SaraTricoli ha detto:

    tempo fa ho letto che: le coppie più durature e felici sono formate da due persone che sanno stare bene da soli!
    buona serata ❤

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    1. M. Rebecca Farsi ha detto:

      Buona serata a te, e grazie per il tuo commento, che ha colto in pieno il senso dell’articolo!

      Piace a 1 persona

      1. SaraTricoli ha detto:

        Articolo molto interessante
        Buon primo maggio 👍

        Piace a 1 persona

  2. M. Rebecca Farsi ha detto:

    A te, gentilissima!

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