Il senso di colpa del sopravvissuto: “colpevoli di vivere”

A Culpa (The Guilt) Painting by Maria Sobral Mendona

Il senso di colpa fa parte delle c.d emozioni sociali, sperimentate nel momento in cui il soggetto ha raggiunto uno sviluppo emotivo e cognitivo in grado di fornirgli una serie di presupposti che costituiscono le base del senso di colpa stesso: la consapevolezza del Sé, la consapevolezza dell’altro, il riconoscimento di una serie di regole e di prescrizioni morali che è necessario rispettare, e al contempo la consapevolezza della violazione delle stesse. Violazione che, più o meno intenzionale, più o meno prevista, causa uno stato di disagio, in grado di attivare percezioni di riprovazione e critica verso il Sé.

Il senso di colpa presenta peculiarità di grande vantaggio sociale, oltre che morale. In sua assenza ci sentiremmo legittimati a compiere qualsiasi tipo di azione, in conformità ai nostri desideri, senza tenere in alcuna considerazione i bisogni e le esigenze dell’altro, e quindi della collettività. Freud diceva che il SuperIo, dal quale il senso di colpa si origina, è il prezzo che dobbiamo pagare per la convivenza civile. È la censura necessaria a frenare le pulsioni dell’Es, è la consapevolezza circa quanto deve essere evitato per non danneggiare l’altro (Freud, 1929).

Ma talvolta il senso di colpa si verifica anche quando non avrebbe ragione di esistere. Diventa invasivo, ipertrofico. È il caso del senso di colpa definito patologico, la cui percezione è legata a modalità di pensiero disfunzionali. Ne fa parte il senso di colpa del sopravvissuto.

UNA DEFINIZIONE DEL CONCETTO

È un evento psichico che può sopraggiungere in momenti della vita nei quali crediamo di godere ingiustamente di un vantaggio o di un beneficio a spese di un altro. In genere si manifesta subito dopo aver corso un grave e imminente pericolo di morte ed essere al contempo scampati al peggio, al contrario di altri che non ce l’hanno fatta (Weiss, 1986). Pensiamo ad esempio ad un terremoto, ad una guerra, ad un incidente aereo, ad una pandemia.

Subentra immediatamente, unita alle memorie traumatiche dell’evento, una percezione denigrante verso il Sé che viene di colpo reso oggetto di automortificazioni e dubbi patologici: perché mi sono salvato? Perché io sono vivo e lui no?

Si tratta di un fenomeno che può intervenire anche nei casi in cui si viene colpiti da un lutto inatteso, da una morte che non ha seguito il normale ciclo esistenziale, andando a colpire il soggetto più giovane. Ad esempio, un nipote al posto del nonno. O un soggetto sano e forte che muore al posto di uno malato, all’interno dello stesso nucleo familiare. Ovvio come in questi casi si faccia strada nella mente del sopravvissuto una domanda destinata a rimanere senza riposta: perché lui e non io? Sarebbe stato più giusto che ci fossi io al suo posto. È umano, è naturale, e succede più spesso di quanto si creda.

Quello che viene fortemente minacciato, nel senso di colpa del sopravvissuto, è il senso di equità e di eguaglianza che si presume debba esistere tra gli esseri umani, in modo che non sussistano sperequazioni eccessive a favore o sfavore di un altro. In questo caso invece il piatto della bilancia appare fortemente pendente nei confronti del sopravvissuto, rispetto alla vittima: l’uno non è riuscito a godere di una fortuna esistenziale che invece ha colto l’altro, lasciandolo in eterno a chiedersi il perché.

MA PERCHÉ CI SENTIAMO IN COLPA?

La sensazione di senso di colpa ingenera nel sopravvissuto la convinzione di vivere una situazione di privilegio a spese altrui, unita alla percezione di non aver fatto abbastanza per salvare l’altro. In poche parole un soggetto crede di stare godendo di benefici guadagnati a spese di altri, e di costruire il proprio benessere esistenziale sulla base del fatto che altri non hanno potuto fare lo stesso proprio a causa sua ( Weiss, 1986).

In questo pensiero possiamo individuare una serie di disfunzionalità che portano all’interpretazione dell’evento “salvezza” tramite una distorsione cognitiva: in primo luogo la convinzione che nel mondo esista una giustizia giusta e inviolabile che agisca in base ai nostri parametri individuali. In secondo luogo, si sottende una sorta di iper- responsabilità del Sé, che non riconosce la presenza ineluttabile di eventi sottratti al controllo.

Il richiamo va al controllo tipico del pensiero ossessivo, che porta il soggetto a maturare non solo la convinzione di dover tenere tutto sotto controllo, ma anche quella ancora più patologica di essere in grado di farlo, con una sorta di pensiero magico nella quale il pensiero stesso è parificato all’azione, e pensare una cosa significa eseguirla.

Siamo di fronte ad un Super-io ipercritico che proietta sull’Io angosce di aggressività, rabbia, impotenza riguardo al vissuto traumatico, e che nel tentativo di trovare un colpevole del tragico accaduto lo identifica in se stesso, utilizzando il rivolgimento contro il Sé tipico della depressione. Probabilmente, l’illusione di poter controllare qualcosa ci rende meno impotenti di fronte ad eventi come la morte, la malattia, la separazione, e ci conferisce l’illusione di poterle gestire, in qualche modo, anche da soli.

COME RIELABORARE IL SENSO DI COLPA DEL SOPRAVVISSUTO: IL SOSTEGNO DELLA PSICOTERAPIA

Le psicoterapie cognitivo comportamentali di terza generazione possono risultare molto utili in tal senso. Se facciamo leva sulla convinzione che il senso di colpa del sopravvissuto derivi da una distorsione della realtà, sarà opportuno effettuare una ristrutturazione cognitiva della stessa a mezzo di strumenti quali raccolta di prove, spiegazioni psicoeducative, dialogo socratico ed esposizione immaginativa per ridurre la colpa verso il Sé. Al contempo ci si può avvalere di tecniche come la Self Compassion e l’Acceptance and Commitment therapy, in grado di favorire la generazione di sentimenti di integrazione verso il disagio provocato dal trauma, attraverso i quali il paziente può imparare ad essere più compassionevole e non giudicante nei confronti di se stesso, a percepire la propria esperienza come parte dell’esperienza umana più ampia, e, infine, a sviluppare un atteggiamento mindful, ovvero una maggiore abilità nel controllare i propri pensieri e sentimenti, piuttosto che identificarsi eccessivamente con essi (Gilbert, Procter 2006).

La psicoanalisi invece, mediante validazione empatica, confrontazioni e chiarificazioni può dimostrare al soggetto come il suo pensiero sia soltanto il tentativo di mantenere un legame libidico, per quanto disfunzionale, con l’oggetto perduto.

Tale aspetto getta le basi per l’instaurazione di quello che il DSM V chiama lutto persistente e complicato, nel quale emerge anche un certo investimento narcisistico del Sé nell’oggetto perduto. Non si riesce ad immaginare una vita senza la persona scomparsa perché in lei abbiamo investito parti del nostro Sé che in sua assenza rischiano il dissolvimento.

La perpetrazione del legame, dunque, che in una prospettiva di rielaborazione funzionale del lutto potrebbe addirittura svolgere un ruolo adattivo per la resilienza del sopravvissuto – sentirsi sempre vicini alla persona perduta dà forza e sostegno (continuing bounds) e aumenta la resistenza alla solitudine- in questo caso diviene solo un fattore di svantaggio per la ripresa, costringendo il soggetto in una trappola emotiva che lo vede legato all’oggetto perduto in una posizione autodistruttiva.

Il senso di colpa inteso come aggressività autoperpetrata viene allora a costituire non solo un mezzo per mantenere un legame libidico con l’oggetto perduto, ma anche e soprattutto un mezzo per ripristinare l’ordine, l’equilibrio vitale che il soggetto ha violato con la sua indebita sopravvivenza.

Soffrire, biasimarsi e incolparsi per la scomparsa dell’oggetto causerà in fondo quella stessa morte cui l’oggetto non è scampato, e servirà da liquidazione punitiva per un’ingiustizia della quale ci si sente responsabili in prima persona. Ecco dunque la condanna del Sé come strumento compensativo della morte dell’altro: se l’altro non è sopravvissuto, non si consente neppure al Sé di sopravvivere, condannandosi ad una morte psichica. Per riequilibrare una giustizia che non ha avuto luogo, per non godere di una fortuna che in fondo non meritavamo.

Sarà dunque opportuno sciogliere il legame libidico con l’oggetto perduto, disinvestire il Sé depositato in esso e sviluppare un Io in grado di valutare con una prospettiva più realistica il tragico accaduto e di consentire l’assoluzione per una colpa non commessa.

M.Rebecca Farsi

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Freud, S. (1929), Il disagio della civiltà, Einaudi, Torino, 2010;
  • Gilbert, P., Procter, S. (2006), Compassionate mind training for people with high shame and self-criticism: Overview and pilot study of a group therapy approach. In Clinical Psychology and Psychotherapy, 13, 353-379.
  • Weiss, J. (1986), Inconscious guilt, in J. Weiss e H. Sampson eds., The psychoanalytic process: theory, clinical observation and empirical research, New York, Guilford Press.

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