IL DSM “IN VIAGGIO”: LE SINDROMI CULTURALMENTE CARATTERIZZATE

mako lomadze

Le psicopatologie definite dal DSM-V come culturalmente caratterizzate sono la dimostrazione di come il disagio psichico risulti fortemente legato al contesto socio-ambientale in cui si sviluppa. Il DSM-V ne indica 9 tipologie specifiche, in riduzione rispetto al DSM-IV che ne elencava 25.  Se ne citano alcuni esempi.

Nella cultura dei pellerossa troviamo una strana sindrome, denominata malattia del fantasma, di cui si riscontra la presenza anche in alcuni campi ROM siti in Italia. Alla base dello sviluppo di questo disturbo si trova la credenza che subito dopo la morte di un soggetto, la sua anima sosti per un periodo indefinito all’interno del suo nucleo familiare o del suo villaggio, prima di distaccarsi definitivamente dal mondo terreno e iniziare il viaggio nell’oltretomba. Durante questo periodo i familiari esposti al lutto sono spinti a tenere una serie di atteggiamenti volti a dimostrare deferenza verso il trapassato, al fine di fargli percepire la sua stessa memoria come rimpianta e ben conservata (cura del lutto); dal punto di vista comportamentale si evitano inoltre tutte le pratiche che possono in qualche modo scandalizzare il morto (nel presupposto che lui li stia a guardare) come ad esempio lavarsi, sposarsi, fare banchetti, compiere attività sessuali o divertirsi con musiche e balli. Questa che viene chiamata attività di mortificazione del vivo è una sorta di lutto, dunque, di contenimento dei propri impulsi vitali in rispetto di colui che è stato sottratto alla vita.

Si pensa che quanti non si uniformeranno a tali attività mortificanti e riguardose verso il morto verranno resi oggetto di persecuzione da parte dello stesso, che tra l’altro, in questo periodo di “transizione”, manda continuamente ai vivi segnali della sua presenza. Al termine del periodo di lutto il morto se ne va e i comportamenti dei familiari possono tornare alla normalità. Ma non mancano casi in cui il lutto si fa persistente, e gli individuo coinvolti non riescono a far sparire né il fantasma né le allucinazioni, i deliri, le insonnie che dalla sua presenza derivano.

La situazione più grave è quella che vede la morte di bambini o episodi di morte violenta, ivi compreso il suicidio: in questo caso le anime sono così pervicacemente presenti tra i vivi che gli esorcismi liberatori non funzionano, e i nomadi si trovano costretti a lasciare il villaggio per sciogliersi definitivamente dalla presenza dello spirito.

In America Meridionale è piuttosto diffuso il Susto, in base al quale un trauma, un evento spaventoso, una situazione nella quale vengono sperimentate paura e terrore, sarebbe in grado di provocare, specie nel genere femminile, un autentico distacco dello spirito dal corpo. Se ne originano sintomi come derealizzazione, dispercezione, amnesia temporanea, ma anche sintomi strettamente somatici come febbre, mal di stomaco, diarrea, astenia o eccesiva agitazione. Secondo l’approccio tradizionale la cura consiste nel recupero dell’anima da parte di un guaritore tradizionale, chiamato curandero, effettuata in occasione di un rito catartico a cui devono prendere parte tutti i congiunti del soggetto. Ma in alcuni casi la cura non è possibile, e il susto è così grave da condurre il soggetto alla morte.

Opposta al Susto, in cui l’anima abbandona il corpo, v’è la sindrome dello Zar, nota in Africa settentrionale, centrale e anche in Medio Oriente: in questo caso uno spirito alieno “sottrae” materialmente lo spirito di una persona, al fine di possederne il pensiero e l’agito. Da questo momento il soggetto mostra comportamenti insoliti, deliranti, talvolta aggressivi, mentre può sviluppare al contempo abitudini negative a livello di alimentazione, sonno e cura personale. Ad esempio può ritirarsi in un isolamento forzato, può cessare di alimentarsi o di dormire. La possessione viene liberata tradizionalmente tramite rituali di esorcismo, volti ad affrancare la persona dallo spirito malvagio e a restituirgli la propria identità.

In ambito migratorio il fenomeno della possessione è diffuso anche nella forma del Djinn, un disturbo piuttosto comune tra le popolazioni del Nord Africa, provocato dall’azione malefica di alcune creature polimorfe del pantheon preislamico, le quali sarebbero capaci di penetrare il corpo del soggetto attraverso un orifizio somatico (bocca, naso, genitali), o tramite ferite inferte da esseri psicopompi, come lupi mannari o vampiri, o da morsi e punture di animali “forieri di malefici”. La penetrazione da parte di questo spirito malvagio causa nel soggetto agitazione psicomotoria associata a comportamenti bizzarri e degradanti, che lo spingono al compimento di azioni materialmente impure, come ad esempio manipolare il letame o rotolarsi nella sporcizia. L’ammalato può guarire tramite rituali di purificazione e di preghiera, o nei casi più gravi attraverso esorcismi e sacrifici.

Un esempio di djinn può essere considerato, in Italia, il Tarantismo di Lucania, trasmesso attraverso il morso di un ragno mitologico mai veramente identificato: secondo la tradizione, ad esserne colpite sarebbero soprattutto le giovani donne nubili, le quali, subito dopo il morso, iniziano a sviluppare un quadro sintomatologico simile all’isteria. Per la guarigione è necessario un intervento catartico raggiunto a mezzo del rituale musicale indotto dalla Taranta, la c.d. Pizzica., la stessa che nelle sere d’estate risuona con ritmo evocativo in numerose zone della Lucania.

Ulteriore esperienza di possessione viene riscontrata nel disturbo del Windigo, tipico delle popolazioni dei nativi americani Algonchini stanziate nella zona dei Grandi Laghi, lungo il confine con il Canada. Dal punto di vista delle tradizioni locali, il Windigo sarebbe uno spirito malvagio, figlio dell’inverno e della fame, che si nutre di carne umana. Basta un suo morso per venirne totalmente posseduti, e le sue vittime sono spesso attaccate di notte, durante il sonno.

La sindrome del Windigo comporta la comparsa di sintomi come aggressività, impulsività, credenze deliranti, ma anche depressione e compulsioni volte al cannibalismo o al vampirismo. I rituali di purificazione esorcistica esercitati dagli sciamani sono considerati l’unica cura per liberare dallo spirito maligno questi posseduti, che costituiscono un autentico pericolo per il resto della collettività.

Tra le sindromi culturalmente orientate troviamo ancora il disturbo dell’Hikikomori, diffuso nel territorio giapponese, ma piuttosto noto anche nelle zone Europee e Americane per i suoi numerosi punti di contatto con la depressione, il disturbo evitante di personalità e l’internet addiction. Ne vengono colpiti soprattutto i giovani di sesso maschile i quali, improvvisamente, iniziano a sviluppare una sorta di anedonia e disinteresse per qualsiasi attività o relazione sociale esterna. I soggetti colpiti si isolano all’interno delle mura domestiche anche per lunghi periodi, rifiutando qualsiasi tipo di contatto o di legame che non sia mediato dall’utilizzo di internet e dei social network. Il loro ritmo sonno-veglia risulta invertito, le abitudini alimentari compromesse e spesso trascurate, e al sintomo dell’isolamento si uniscono spesso quelli del disturbo ossessivo compulsivo e del disturbo paranoide. La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine privano l’hikikomori di competenze relazionali, abilità comunicative, pattern empatici e metacognitivi, con gravi ricadute nella dimensione esistenziale, anche sul lungo termine.

RIFLESSIONI CRITICHE

Il contesto storico culturale è a ragione considerato un fattore di forte influenza nell’individuazione dei quadri sintomatici psicopatologici. La spiegazione può consistere nella natura stessa dei disagi emotivi, molto spesso chiamati a rappresentare il riflesso esplicito della società e del contesto spazio-temporale in cui si trovano inseriti. È come se la malattia mentale costituisse lo specchio della dimensione emotiva, comportamentale e psicologica di un complesso di individui non considerati singolarmente, bensì come elementi “socialmente orientati”, compresi in una dimensione culturale specifica.
La storia fornisce numerosi e significativi esempi a sostegno di questa teoria.
Lo scorrere dei secoli ha trasformato in patologie sindromi che in precedenza venivano attribuite a fenomeni di stregoneria, di possessione diabolica, di malvagità perversa. C’è stato un tempo in cui i c.d. matti, etichettati come captivi perché prigionieri della loro stessa malattia, non erano considerati molto diversi dai criminali, e come tali venivano trattati. Puniti, dunque, anziché curati.
Al contempo, patologie che in altre epoche si mostravano piuttosto frequenti, come l’isteria, allo stato attuale sono in notevole diminuzione, mentre ne sono nate di nuove che negli anni precedenti sembravano impensabili (l’internet addiction, tanto per citarne una).
Ancora, vediamo come in certi contesti culturali vengano etichettati con il termine di psicopatologie episodi comportamentali che in altre zone risultano attribuiti a credenze di valenza puramente culturale, e pertanto privi di alcuna connotazione patologica.
Il binomio tra l’individuo e il suo contesto di appartenenza è in grado di costruire specifiche tipologie di disagio emotivo che riflettono da una parte la costante del patrimonio culturale da cui derivano, e dall’altra la radice evolutiva della società e dei suoi nuovi aspetti.
Sulla base di ciò possiamo immaginare come, molto probabilmente, in Europa un caso di Susto verrebbe identificato con un PTSD, così come un soggetto affetto Hikikomori verrebbe considerato un adolescente depresso, e in caso di sindrome di Windigo si utilizzerebbero antipsicotici al posto di rituali esorcistici. Forse è soltanto una questione di etichette, di nomi, ma i sintomi sono gli stessi. È solo la cultura, o il periodo storico, a cambiare. È un argomento di indubbio interesse sociologico, oltre che clinico.
Torna il concetto di psichiatria come scienza costruita dall’uomo per l’uomo, in cui la malattia, più che un’entità statica e predeterminata, è un fenomeno in continuo divenire, che mentre si fa più specifica si rende al contempo più incerta e passibile di mutamento. Il confine tra normale e patologico, possiamo concludere, non può prescindere dalla cultura di ogni popolo. E questo lo rende sempre più fragile. Sempre meno definibile.

M. Rebecca Farsi

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Correll, C.U., Stetka, B.S., Harsinay, A. (2018), Culture-Specific Psychiatric Syndromes: A Review, in Medscape Psychiathry, in  https://www.medscape.com/viewarticle/901027;
DSM- V, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 2013, tr.it. Raffaello Cortina, Milano;
https://www.lumsa.it/sites/default/files/lezione%20psicopatologia%2018.pdf;
https://www.guidapsicologi.it/articoli/disturbi-mentali-e-cultura-le-patologie-pi-insolite.

Immagine: joy of non-being (mako lomadze)

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Le perle di R. ha detto:

    Davvero interessante ed istruttivo.

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  2. M. Rebecca Farsi ha detto:

    Grazie mille, sono lieta del gentilissimo commento. Anche io credo che la etnopsichiatria sia una disciplina di grande interesse.
    Buona serata!!

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