Gli effetti terapeutici della preghiera

Prayer. Painting by Eduard Zentsik |

Si è portati a considerare la preghiera come uno strumento di natura essenzialmente religiosa, con il quale è possibile sollevarsi dalla dimensione terrena verso una prospettiva metafisica, universale e più vicina a Dio.
Ma al di là del significato religioso, primario e non certo trascurabile, è necessario precisare come recenti studi abbiano attribuito alla preghiera una valenza maggiormente prosaica, e dunque più proiettata nella fisicità.
Sembra dunque che la preghiera abbia un valore terapeutico. Nel concreto, durante un’esperienza spirituale (intesa come preghiera solitaria o collettiva, lettura di testi sacri o partecipazione a un rito religioso), il cervello “spegne” gli stimoli sensoriali che normalmente attingono informazioni dall’ambiente esterno, come luci, rumori e odori, permettendo di concentrarsi sulla propria interiorità. Questo meccanismo consente di attivare una risposta cerebrale che si evidenzia con un incremento del metabolismo dell’area frontale- la parte anteriore del lobo frontale che governa le emozioni- e con un movimento maggiore del nucleo caudato, dell’insula e del giro del cingolo, le stesse aree coinvolte di fronte a un’opera artistica o uno scenario naturale; ciò a testimonianza di come i neuroni siano naturalmente predisposti ad una sorta di percezione innata dell’armonia universale. Si tratta inoltre delle medesime zone cerebrali coinvolte nelle fasi di innamoramento, di apprendimento e memoria, ma anche di attivazione dell’attaccamento infantile.
Il raccoglimento meditativo attiva inoltre la funzione parasimpatica, riducendo frequenza cardiaca e pressione sanguigna, rafforzando la risposta immunitaria e abbassando i livelli ematici di cortisolo (l’ormone dello stress). I benefici sembrano maggiori in chi prega tutti i giorni, perché i vari meccanismi avvengono in tempi più brevi in una sorta di attivazione automatizzata.
Fra gli effetti tangibili della preghiera c’è poi l’aumento dei livelli di serotonina nel sangue, il trasmettitore responsabile nella regolamentazione di una vasta gamma di funzioni cerebrali e correlato ai disturbi dell’umore. Maggiori valori di serotonina nel sangue sono poi in grado di contrastare ansia, depressione, insonnia, stress, ma costituiscono anche un fattore protettivo contro l’insorgenza di patologia come arteriosclerosi, colesterolo, diabete e invecchiamento.
Sembra inoltre che uno spirito religioso positivo abbia una valenza protettiva nei confronti di malattie psicosomatiche, e serva ad attivare nel soggetto uno stile comportamentale più responsabile e corretto, in grado di favorire il raggiungimento del benessere psicofisico e la longevità: una ricerca inglese del Christian Medical Fellowship ha addirittura dimostrato che i credenti e praticanti religiosi possono vivere 14 anni in più rispetto agli altri.
Non dobbiamo tuttavia confondere la preghiera con la meditazione, o con normali esercizi di rilassamento yoga da effettuare in palestra: pregare non equivale ad un semplice rilassamento meditativo, seppure gli effetti fisiologici dei due aspetti possano in parte sovrapporsi.
Nelle pratiche di rilassamento fa infatti difetto quella dimensione relazionale che rende la preghiera una rassicurazione emotiva, una terapia del cuore, grazie alla quale si fa affidamento ad una figura superiore che, lo sappiamo o almeno lo speriamo, potrà prendersi cura di noi. Pregare è dunque un un atto di fede, non soltanto la ripetizione di un mantra da ripetere molte volte a voce alta, è un relazionarsi fiducioso con il proprio Dio, e questo non può che comportare l’attivazione di sfere inerenti l’attaccamento e l’innamoramento, che agevolano la costruzione di vissuti percettivi interiori volti alla speranza, all’autoefficacia, al coping attivo e reattivo.

LA PREGHIERA COME NOSTALGIA DELLA DIADE MATERNA
Non è fuori luogo effettuare un parallelismo tra la preghiere religiosa e il senso di attaccamento all’oggetto primario, alla richiesta di vicinanza e di prossimità con lo stesso. In egual modo si tratta di processi che si attivano nel momento in cui abbiamo bisogno di protezione, perché ci sentiamo insicuri, in pericolo, e avvertiamo la necessità di essere aiutati. Esattamente come nell’attaccamento teorizzato da Bowlby, il bambino cerca la presenza della madre per garantirsi protezione laddove se ne sente sprovvisto: rivolgersi con la preghiera ad un’entità Divina, per sua stessa natura buona e Onnipotente, non può non richiamare la nostalgia dell’affetto materno, di quel rapporto diadico che assicura all’infante serenità e appoggio, salvaguardia, sostegno. Questa nostalgia dell’unione materna della prima infanzia, in cui la madre viene avvertita come un essere onnipotente in grado di difendere da qualsiasi pericolo, anche da quelli che appaiono senza soluzione, è più o meno presente in ciascuno di noi. E proprio la preghiera, finalizzata all’instaurazione di un rapporto di unione spirituale con la divinità, ci aiuta nella riattualizzazione di questo vissuto, grazie al quale saremo in grado di sperimentare percezioni rassicuranti e rivitalizzanti. L’ottimismo e le buone aspettative destate attraverso la preghiera sono le fonti generatrici di quel rilassamento che tanto giova al corpo e al suo funzionamento- negli aspetti che abbiamo prima analizzato- e sono capaci di proiettare la mente in una dimensione di benessere che va oltre il semplice rilassamento, la mera gestione dello stress, il rallentamento dei propri impegni.
Pregando ci sentiamo meno soli, riusciamo a condividere il dolore, e questo genera grandi benefici alla percezione del dolore e alla nostra reazione allo stesso. La preghiera diventa dunque una madre, un padre, una figura di attaccamento che infonde senso di unione con un’entità trascendente che può operare miracoli. E il miracolo più grande, al di là dell’esaudimento di quanto chiediamo, è la dimensione esistenziale nella quale questa richiesta fiduciosa, questo affidamento innamorato, è in grado di porci.

IL PARERE DELLA SCIENZA
La scienza medica ha preso le distanze dagli studi che sono stati appena illustrati, in quanto li hanno considerati non dotati di validità scientifica. Anche la prestigiosa rivista The Lancet ha liquidato le ricerche tese a dimostrare la correlazione positiva tra spiritualità e salute come «inconsistenti», soprattutto a causa di grossolani errori metodologici, della scarsa rappresentatività statistica del campione, di criteri di valutazione soggettivi. Ma non manca chi, anche all’interno della scienza medica, ha dimostrato un maggior rispetto per la preghiera e coloro che la praticano, riuscendo a coglierne il principio ispiratore: quello della ricerca di sicurezza, di aiuto e protezione onnipotenti e onnipresenti, malgrado il male e le avversità. Umberto Veronesi affermò che, in presenza di tumori e malattie gravi, affidarsi a un Dio dal potete taumaturgico è un segnale che deve essere accolto con grande rispetto; dello stesso avviso è Mauricio Avendano, epidemiologo del King’s College di Londra, che, pur ribadendo l’inconsistenza scientifica del potere della preghiera, riconosce il giovamento che la stessa può esercitare in alcuni soggetti durante il trattamento medico.

Forse la diatriba tra scienza e fede non ha grande ragione di esistere, se si precisa che la presenza dell’una non è finalizzata ad escludere quella dell’altra, e che la fede non ha certo la pretesa di venir parificata ad una terapia farmacologica. Non si intende fare l’apologia dei guaritori, né dei santoni, dicendo che la preghiera può fornire serenità, ottimismo e speranza, e che questo può considerarsi un valore aggiunto alla terapia farmacologica. Un fattore protettivo della salute. Un incremento del benessere psicofisico.
Citiamo a tal proposito le parole di Giuseppe Remuzzi, coordinatore dell’Istituto Mario Negri Di Bergamo: «Non è possibile sottoporre Dio a un test di laboratorio. Non si possono utilizzare i criteri della ricerca scientifica per ciò che riguarda la fede. Se Dio c’è, non si presta certo ad uno studio controllato; se non c’è, il problema non sussiste».
In conclusione, se la preghiera non è capace di operare benefici, non si vede neppure come sia capace di apportare nocumento a quanti vi si affidano. Alla fine, può essere riconosciuta come un mezzo per superare il dolore, per elicitare una risposta attiva, per sperimentare un coping costruttivo e fruttuoso, anche sul lungo termine.

M. Rebecca Farsi

Approfondimenti
Bowlby, J. ( 1989) Una base sicura, Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina, Milano;
Pregare aiuta davvero a superare le malattie? In https://www.ok-salute.it/salute/pregare-aiuta-davvero-a-superare-le-malattie/
Rinaldi, P. (2016) Pregare è come una medicina: scienziati e teologi concorsi: ci guarisce, in https://m.famigliacristiana.it/articolo/pregare-e-come-una-medicina—scienziati-e-teologi-concordi-ci-guarisce.htm.

Immagine: Prayer. (Eduard Zentsik)

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Le perle di R. ha detto:

    Sulla base di esperienze personali, posso affermare che questo studio comprende tutte le caratteristiche psico-fisiche che la persona avverte durante la preghiera.

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  2. M. Rebecca Farsi ha detto:

    Spero che l’argomento ti sia piaciuto, e ti ringrazio molto per il tuo commento. La preghiera è un meraviglioso esercizio, intimo e personale, che nel suo grande mistero coinvolge corpo e mente. Valeva la pena ricordarlo. Grazie ancora!!

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  3. moragnoffke ha detto:

    I enjoyed reading this, very interesting.

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  4. M. Rebecca Farsi ha detto:

    Thank you so much for your appreciation, I’m very glad you liked that.

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