Il Body shaming nella cultura dell’apparenza

Eve // Slut-Shamed (Left panel) Painting by Caley Buck

Parlare di body shaming, al giorno d’oggi, non è purtroppo una novità. Si tratta di un fenomeno particolarmente diffuso la cui valenza disfunzionale sta assumendo un ruolo sociale piuttosto significativo, specie nella dimensione adolescenziale. Letteralmente può essere intesa come un senso pervasivo di vergogna che un soggetto prova nei confronti del proprio corpo, percependolo come imperfetto, difettoso, incompleto. Questa convinzione stigmatizzante verso il Sé, lungi dall’apparire come una persuasione auto motivata, risulta in realtà il risultato di un’attività denigratoria posta in essere da soggetti terzi, verso uno o più componenti fisici facenti capo alla vittima. Molto spesso le condotte denigratorie vengono attuate tramite strumenti informatici, che assicurano un’immediata diffusione del messaggio, una notevole vastità di pubblico, e non da ultimo una certa garanzia di privacy per l’autore, dato come sia piuttosto semplice celarsi al di là di nickname ed identità virtuali.

Si tratta di un disturbo le cui conseguenze si ripercuotono in primo luogo in ambito sociale: il soggetto reso oggetto delle derisioni viene isolato e privato della possibilità di costruire relazioni con i propri pari, che lo evitano  proprio in ragione del difetto fisico oggetto delle derisioni. In secondo luogo le conseguenze di questo ostracismo sociale non possono riverberare i propri effetti anche in ambito strettamente personale, e dunque relativo all’autostima e alla considerazione del Sé del soggetto deriso.

In un periodo come quello adolescenziale, nel quale il riconoscimento e l’accettazione dei pari viene vista come uno strumento di costruzione della propria identità, di sperimentazione dei ruoli sociali e di differenziazione dalla famiglia d’origine, sentirsi esclusi dai compagni è un fattore di grande svantaggio evolutivo. L’adolescente inizia a sperimentare vissuti di disagio con il proprio Sé, maturando al contempo un atteggiamento denigratorio totalmente connivente con quello dei suoi persecutori. Anziché rielaborare i dileggi in una prospettiva costruttiva e realistica, egli aderisce in maniera acritica ai pensieri negativi riguardo il Sé, dando vita ad un’autoconsiderazione fragile e deficitaria cui cerca di porre rimedio con una serie di strumenti compensatori, disfunzionali anch’essi. Qualunque sia il difetto o l’imperfezione fisica che gli viene rinfacciata dai compagni, il ragazzo comincia a tenerla sottocontrollo guardandosi costantemente allo specchio, oppure scegliendo dei vestiti che siano in grado di celarne la presenza, e comunque manifestando una serie di atteggiamenti volti alla correzione del difetto stesso, ove possibile. Sembra difficile non pensare come, a questo punto, un soggetto accusato di essere grasso potrà cominciare una dieta anche drastica, mentre qualcuno che viene deriso per un suo difetto fisico cercherà di celarlo con trucchi e vestiti, arrivando persino ad ipotizzare la possibilità di ricorrere ad una chirurgia plastica.  Tale controllo compulsivo, tuttavia, non comporta un miglioramento dello stato di salute psicologica né elimina il disturbo. Anzi, il disagio cresce proporzionalmente al grado di controllo.

Il difetto diviene d’improvviso l’elemento saliente dell’esistenza del soggetto, e il pensiero di eliminarlo assume connotati invasivi, incoercibili, come quelli di un’ossessione: si pongono così le basi per l’insorgenza del disturbo  di dismorfofobia, in cui la percezione di un difetto inesistente o di lieve entità viene percepita in maniera amplificata ed inserita in una prospettiva valutativa irrealistica, con forte ricaduta sul livello di benessere psicofisico del soggetto.

Diversi studi condotti negli ultimi decenni hanno infatti sottolineato la presenza di forti correlazioni tra BDD e abuso di sostanze, ansia, depressione e livelli di compulsività – impulsività più elevati. Non dobbiamo poi dimenticare il forte rilievo che una errata percezione della propria dimensione estetica, corroborata da un’eccessiva associazione tra questa e il vissuto di stima del Sé, esercita nell’insorgenza di disturbi dell’alimentazione. Sappiamo infatti come l’anoressica percepisca una immagine corporea essenzialmente diversa rispetto alla realtà ( si vede grassa al punto di desiderare di dimagrire compulsivamente) e la bulimica presenti percezioni corporee instabili, ambivalenti e contrastanti che cerca di controllare col sistema abbuffata- compensazione. A testimonianza di come sia profondo il legame tra disturbo dell’alimentazione e stima del proprio aspetto estetico, vediamo che in questi casi il paziente arriva a distorcere completamente la dimensione della realtà, contaminando contenuti oggettivi con vissuti di disagio emotivo più o meno latenti, che vanno ad insediarsi nella sua mente eliminando ogni possibilità di insight. È un aspetto che si trova soprattutto negli adolescenti, ma anche gli adulti possono risultarne vittime.

Né si creda che sia un disturbo in grado di colpire soltanto le donne, cui sono richiesti canoni di bellezza notoriamente molto più severi e inflessibili rispetto agli uomini. Anche questi ultimi, infatti, specie nella fase adolescenziale, mostrano una particolare propensione a tale disturbo specie nella forma che prende il nome di vigoressia, ovvero la paura che il proprio apparato muscolare sia inferiore a quanto richiesto, il terrore di apparire magri, mingherlini, non abbastanza uomini. L’autopresentazione è fondamentale per costruire l’impressione che daremo agli altri: sulla base di ciò il soggetto che si presenta metterà in risalto i pregi e cercherà di celare i difetti, costruendo una sorta di attenzione selettiva, una percezione saliente riguardo i propri punti di forza per offuscare le debolezze.

…L’ECCESSIVO CULTO DELL’IMMAGINE

La reazione eccessiva che un soggetto mostra di fronte alle critiche sul proprio aspetto fisico, oltre ad essere generata da una normale e fisiologica ferita all’autostima, è in realtà il frutto di un pensiero sociale che pone l’immagine corporea all’apice della propria scala di valori. Il risultato è la trasmissione di un messaggio fortemente evocativo e ben poco fraintendibile: se si vuole la considerazione degli altri bisogna essere belli.

La bellezza estetica assume la valenza di una condizione esistenziale, senza la quale vengono precluse possibilità di realizzazione inter ed intrapersonale. Tutto è immagine, tutto è apparenza. Il corpo diventa l’unica componente esistenziale dotata di una qualche rilevanza: l’uomo non è che un contenitore di immagini, un riflesso di esteriorità. Perduta l’immagine corporea, si è perso tutto. Il culto e l’utilizzo estremo della chirurgia estetica possono essere considerati il risultato di questa realtà post moderna, in cui si inneggia alla bellezza interiore, ma in cui a venir premiata ogni giorno, più o meno implicitamente, è soltanto l’estetica corporea coi suoi correlati. Si è spesso parlato di oggettivazione del corpo proprio in questo senso: la persona viene valutata esclusivamente in base alla sua gradevolezza estetica, viene deumanizzata dal resto delle sue componenti identitarie, e la valutazione del corpo diviene l’unica modalità di affermazione del Sé, delle proprie capacità e competenze.

IL PROFILO DI CHI OFFENDE

Alcuni studi specifici hanno evidenziato come la personalità dei soggetti che comportano l’insorgenza del body shaming sia incline all’ansia, all’insicurezza, alla bassa autostima. Forse molte vittime si sentirebbero meno in difetto, se sapessero che la maggior parte di coloro che li attaccano sull’aspetto fisico sono in realtà degli individui esteticamente insicuri. Il disagio percepito riguardo il Sé viene tuttavia caricato sugli altri, a mezzo del meccanismo della proiezione che incarna il riflesso di un’aggressività non rielaborata, di un’angoscia non simbolizzata e avvertita come persecutoria. In questo modo, sminuendo e umiliando un altro soggetto per caratteristiche considerate lontane dagli standard di bellezza cui essi stessi aspirano, gli haters compensano la loro insoddisfazione. Una sorta di catarsi, dunque, tramite la quale l’odiatore offende un’altra persona nel tentativo di replicare su di lei la medesima angoscia persecutoria che avverte all’interno, e dunque di liberarsene.

Il soggetto con questa personalità è probabilmente abituato a concepire la propria debolezza con connotati fortemente negativi, quasi di rigetto assoluto, e possiede standard di prestazione assolutamente elevati. Ma è anche un soggetto invidioso, dove per invidia si intende quell’emozione primitiva e arcaica che si prova nel momento in cui vorremmo possedere ciò che si trova nelle mani di un altro; e tuttavia non per possederlo a nostra volta, ma solo per distruggerlo. Non c’è nulla di costruttivo, nell’invidia, nessuna velleità produttiva. Solo una brama di possesso aggressiva che ambisce ad ottenere per distruggere.

FAR FRONTE AL BODY SHAMING

È necessario tenere a mente una serie di concetti in grado di smascherare la supposta sicurezza che si nasconde dietro i fautori del body shaming. In primo luogo dobbiamo credere che si tratta di  soggetti più insicuri e vulnerabili di noi, malgrado la loro condotta predatoria voglia millantare il contrario.

In secondo luogo sarà necessario ridimensionare il valore dei social networks, e dunque rivalutare l’impatto emotivo dei messaggi che tramite gli stessi vengono diffusi, talvolta con inconsapevolezza ed arbitrarietà eccessive. Se non indecorose.

È inoltre necessario ridurre l’importanza conferita all’aspetto fisico, che deve essere considerata una rappresentazione meramente parziale del Sé, e non certo l’unica manifestazione della nostra identità, in una sorta di riduzionismo estetico che vuol considerare esistente solo ciò che appare, cancellando tutto il resto.

Sarà poi necessario incrementare la propria autostima mediante il potenziamento di valori che tengano in considerazione l’autopercezione, a dispetto dell’opinione altrui e della mutevolezza della stessa. Introiettare una considerazione di se stessi che risponda a canoni di congruenza e solidità intrinseca servirà a renderci meno attaccabili da parte delle critiche provenienti dall’esterno, rendendoci al contempo più edotti sulla necessità di conferire priorità a valori autentici, coltivati con relazioni e finalità altrettanto autentiche, e non semplicemente basate sull’illusione di contatto conferita da un’interfaccia virtuale.

In tal modo sarà più facile sviluppare anche condotte di indulgenza e accettazione positiva verso i propri difetti, che non devono venir considerati come l’ostacolo al raggiungimento di una perfezione frutto di vagheggiamenti e idealizzazioni,  bensì come una caratteristica distintiva del Sé, inserita in una dimensione esistenziale, consapevole e priva di auto stigmatizzazioni.

Negare un difetto non serve certo ad eliminarlo, ma neppure enfatizzarlo aiuta un granché. Il soggetto deve essere piuttosto in grado di affrontare le proprie vulnerabilità estetiche con autocritica realistica e non distruttiva, dotata di coping reattivi, nella convinzione che anche un difetto, in fondo, può rappresentare una nostra particolarità. Una forma di comunicazione  del Sé in grado di renderci unici.

M. Rebecca Farsi

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Calogero, R.M. (2012). Objectification Theory, Self Objectification and Body Image in Elsevier, editor, https://core.ac.uk/download/pdf/10637634.pdf;
Zanardo, L. (2000), Il corpo delle donne, Feltrinelli, Milano.

Immagine: Eve // Slut-Shamed (Caley Buck)

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. vincenza63 ha detto:

    Grazie per questa fonte di profonda riflessione.
    Vicky

    "Mi piace"

  2. M. Rebecca Farsi ha detto:

    Grazie a te che hai apprezzato l’articolo, dando un senso al messaggio che voleva trasmettere.
    Buona domenica

    Piace a 1 persona

  3. silviadeangelis40d ha detto:

    L’ha ripubblicato su Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava.

    "Mi piace"

  4. Le perle di R. ha detto:

    Trattare argomenti così delicati è importantissimo sia per gli adulti, neo-genitori e per i ragazzi. Gli autori di Orme Svelate sono bravissimi nel cercare i propri collaboratori: complimenti a tutti voi per il lavoro e la passione che gli dedicate.

    "Mi piace"

    1. M. Rebecca Farsi ha detto:

      Grazie di cuore a te e a tutti gli altri lettori che apprezzano gli articoli. Senza di voi il nostro lavoro avrebbe meno senso. Il vostro apprezzamento è per noi indispensabile, oltre che gradito.
      grazie di cuore!!

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.