Gli aspetti “salvifici” della memoria degli anziani

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Mi ricordo che da giovane….
Si tratta di una frase che sentiamo pronunciare con una certa frequenza dai nostri anziani, come proemio di una serie di racconti relativi alla loro gioventù che molto spesso siamo portati ad accogliere con insofferenza, in maniera frettolosa e poco disponibile all’ascolto.
La lentezza esistenziale dell’anziano, causata da un decadimento psicofisico progressivo tipico di questo stadio della vita, mal si concilia con la velocità imposta dai ritmi quotidiani. La capacità percettiva dell’anziano riguardo lo spazio e il tempo viene a mutare in conseguenza del suo indebolimento fisico e sociale, portandolo ad una rivisitazione totale delle priorità e dei bisogni. Così, ciò che in precedenza lui stesso reputava indispensabile (impegni lavorativi, successo professionale, competitività, velocità di azione e di pensiero) in questa fase della vita viene considerato trascurabile, e comunque non prioritario.
Durante la prima parte della vita il soggetto è spinto a guardare al futuro, a fare progetti, a realizzare desideri e ambizioni; invecchiando, al contrario, la spinta fondamentale diventa quella di godere del presente nel miglior modo possibile, investendo sulle possibilità attuali, disponibili qui e ora, senza meditare troppo su un futuro che viene riconosciuto come incerto e labile. È questa la base della teoria della selettività sociemozionale (Carstensen, 1995), secondo la quale la consapevolezza del tempo che resta da vivere condiziona fortemente le relazioni sociali e le priorità delle persone, tramutandosi in atteggiamenti e comportamenti concreti. Nell’età avanzata siamo meno propensi a pensare a ciò che saremo, o a pianificare ciò che potremo fare o chi potremo incontrare; il nostro interesse è piuttosto rivolto alla percezione migliorativa del presente, oltre che ad una profonda rielaborazione del passato, di ciò che siamo stati e che abbiamo fatto. Questa restrizione spazio-temporale trova un riscontro anche dal punto di vista sociale: gli anziani non si mostrano molto interessati a stringere nuovi legami di attaccamento quanto a fortificare quelli di cui sono già in possesso, o a ricordare quelli che hanno perduto (pensiamo ai tanti casi di vedovanza).
Sembra pertanto di poter affermare che nella dimensione emotiva e cognitiva dell’anziano la memoria svolga un ruolo preponderante. E non è della memoria a breve termine che stiamo parlando, la quale, in verità, subisce dei contraccolpi piuttosto importanti in questa fase, mostrandosi deficitaria dal punto di vista della rievocazione immediata ( memoria a breve termine in senso stretto) e nella funzione esecutiva-rielaborativa ( memoria di lavoro). Il riferimento va al contrario alla memoria a lungo termine, soprattutto quella episodica (relativa alla memoria degli accadimenti più importanti della vita e di informazioni contestuali specifiche), che al contrario non mostra il medesimo indebolimento funzionale e acquisisce un implicito valore adattivo di cui andiamo a comprendere le ragioni.

LA MEMORIA “LUNGA” DELL’ANZIANO……
L’anziano ama ricordare, e lo fa spesso. E questo affidamento alla memoria si accompagna ad un allontanamento progressivo dal corpo, percepito come debole e inaffidabile, cui consegue il ritiro in una dimensione astratta in cui la fisicità perde valore e consistenza per dar spazio al ricordo.
Guardare al passato non serve solo a fare un bilancio di quanto è stato svolto, ma anche a maturare la percezione di appartenenza e di permanenza di legami che il tempo, la distanza, gli eventi della vita hanno spezzato o indebolito. Ma il ricordo nell’anziano è anche un modo per rievocare quei momenti che lo hanno visto protagonista assertivo e abile della propria esistenza:. si tratta dunque di uno strumento utile al mantenimento dell’autostima e continuità del Sé, grazie al quale è possibile dimostrare agli altri le funzionalità e abilità possedute un tempo. Ricordando ciò che ha fatto, l’anziano si sente proiettato in una dimensione appagante che lo aiuta ad affrontare il presente e a fronteggiare le prove quotidiane non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche sotto l’aspetto emotivo, riducendo quindi il senso di isolamento e nostalgia. La memoria costituisce una vera e propria stimolazione in questo senso, e i suoi effetti curativi sono stati posti alla base di vere e proprie terapie, volte al recupero delle funzione cognitive ed emotive dell’anziano.

…….E LA TERAPIA DELLA REMINISCENZA
Il riferimento principale va alla terapia della reminiscenza, il cui fine fondamentale è quello di aiutare l’anziano a rievocare eventi mnestici in una forma verbalizzata- quasi una narrazione- grazie alla quale elicitare una risposta emotiva, più o meno intensa, collegata agli eventi stessi. La rievocazione può svolgersi in un ambiente informale, e dunque anche all’interno delle mura domestiche, assieme ai familiari, oppure in una modalità strutturata all’interno di setting terapeutici specifici, spesso svolti in gruppo: rievocare un ricordo a partire da uno stimolo specifico, alla presenza di altri che faranno altrettanto, rappresenta una sorta di drammatizzazione emotiva che ridesta contenuti emozionali sepolti favorendo l’identificazione e il confronto con l’ascoltatore. Ne risultano rafforzati anche i legami relazionali, che, grazie alla narrazione e all’ascolto empatico incrementano la sensazione di responsività e vicinanza.
I benefici della terapia della reminiscenza sono stati oggettivamente riconosciuti, tanto da consentirne l’inserimento all’interno di protocolli specifici contro le demenze senili e il disturbo di Alzheimer. In questo caso, lo stimolo della memoria autobiografica elicita risposte positive che vanno a rallentare gli effetti degenerativi della malattia e a facilitare un potenziamento delle funzioni cognitive, allenando la funzionalità e la flessibilità dei circuiti mnestici. Inoltre, a risultarne migliorati sono le capacità attentive e di organizzazione del linguaggio, le competenze di  narrazione e di rielaborazione grazie alle quali il vissuto del paziente acquisisce ordine logico, sequenzialità, integrazione globale e una possibilità di contestualizzazione coerente e logica all’interno del contesto “vita”.
La base sulla quale si struttura questa teoria fa leva proprio sulla tendenza dell’anziano ad utilizzare la memoria per mantenere un senso di identità e per consolidare legami affettivi che rischiano di sfuggirgli. Il suo non è soltanto un racconto, dunque, ma soprattutto un modo per stabilire un senso di connessione tra gli accadimenti della vita, per ricevere attenzione, affetto, considerazione contro atteggiamenti di isolamento e noncuranza.
Di conseguenza, ascoltare un anziano, e non soltanto per starlo a sentire, ma per validare empaticamente  il suo vissuto, servirà a restituirgli un senso di Sé più integro contro gli eventi che rischiano di invalidarne il benessere psicofisico.

SE L’ANZIANO RITORNA BAMBINO: EMPATIA E DOLCEZZA
È pertanto opportuno manifestare una certa pazienza, con l’anziano che racconta, anche se le sue storie possono sembrarci non particolarmente interessati, ripetute e poco avvincenti: accogliere in maniera empatica le sue parole lo farà sentire vivo ed apprezzato, gli regalerà l’affetto e la considerazione di cui ha bisogno, esattamente come accade ad un bambino che ricerca l’attenzione del genitore per scoprirsi un soggetto “esistente”.
Spesso siamo portati a dire che l’anziano torna ad essere un bambino, e per certi aspetti è la verità. In termini psicologici possiamo definire tale processo con il termine “regressione”, un meccanismo difensivo a mezzo del quale siamo spinti ad affrontare eventi critici e fasi stressanti della vita ritornando a fasi evolutive precedenti, al fine di ritrovare nelle stesse la sicurezza e la stabilità necessaria a fronteggiare l’impasse disfunzionale. Ecco allora che, per superare le sue numerose difficoltà e limitazioni esistenziali, l’anziano può riacquistare legami libidici con oggetti arcaici, risvegliando conflitti edipici, bisogni di accudimento e protezione  non troppo diversi da quelli che un bambino richiede al genitore: ed esattamente come un bambino, egli inizia a cercare protezione e sostegno nelle figure affettive rilevanti- quali i figli, la moglie, i nipoti, e verso i quali può anche mostrarsi possessivo o geloso (in una rievocazione del conflitto edipico), come un bambino può manifestare paure improvvise e apparentemente immotivate, può mostrarsi ostinato e inflessibile, a volte può fare persino i capricci. Non si tratta, in realtà di comportamenti velleitari o di oppositività fini a se stessi.  E gli adulti chiamati a confrontarsi con tali atteggiamenti devono mostrare sufficiente capacità di comprensione e contenimento. Una sorta di maternage e di accudimento invertito che in questa fase vede il figlio prendersi cura del genitore, come si trattasse del suo bambino.

LA MEMORIA DELL’ANZIANO CI “RICORDA” GLI ANZIANI CHE SAREMO
Al termine di queste osservazioni, sarà forse più chiara l’importanza che la memoria riveste per l’anziano, e l’intrinseco valore di reinvestimento nella propria esistenza passata risulterà il tentativo di un recupero del presente contro lo scorrere del tempo.
Il racconto di un anziano nasconde un profondo significato simbolico di attenzione, di affetto, di relazione.
L’anziano che racconta una storia, l’anziano che ricorda, è prima di tutto una persona che dichiara di esistere, di vivere ancora. Di rimando, dare ascolto alla memoria di un anziano è dargli la possibilità di riproporre nel presente vissuti di sicurezza e appartenenza. È  assisterlo, forse nella maniera più delicata che si possa immaginare, nel suo lento allontanarsi dalla vita.  È dare valore esistenziale al suo passato, ma è anche costruire attivamente il suo presente, e investire, in un certo senso, sul nostro stesso futuro: in fondo, nessuno è giovane per sempre.

M. Rebecca Farsi

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Baroni, M.R. ( 2010), I processi psicologici dell’invecchiamento, Carocci, Roma;
Carstensen, L.L. ( 1995), Evidence for a life- span theory of socioemotional selectivity, in https://psycnet.apa.org/record/1996-22608-001
De Beni, R. Borella E. (2015), Psicologia dell’invecchiamento e della longevità, Il Mulino, Bologna;
https://www.fondazionesospiro.it/life-review-therapy-la-terapia-della-reminiscenza.

Immagine: Head of an old Man (Darko Topalski)

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Le perle di R. ha detto:

    Potrebbe essere un articolo molto utile per diversi famigliari che considerano le loro narrazione di minimo interesse, ripetitive e alquanto fastidiose. Il dettaglio, poi, con cui lo hai spiegato ha le potenzialità per fare la differenza.

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    1. M. Rebecca Farsi ha detto:

      Grazie infinite per la tua gentilezza e per la delicatezza con la quale hai colto il messaggio dell’articolo. A volte, come ho scritto, una parola è molto più di una parola. e ascoltarla non è solo ascoltare, ma è regalare un’esistenza a chi crede di averla perduta. I nostri anziani sono importanti, varrebbe la pena farlo sapere anche a loro!!
      un carissimo saluto, GRAZIE

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