La sindrome di alienazione parentale: il triangolo “maledetto”

family affair Painting by Ping Frederiks |

La separazione genitoriale nasconde risvolti relazionali e psicologici di indubbio impatto emotivo per tutti i soggetti coinvolti. Uno di essi è identificabile nella PAS, Parental Alienation Syndrome, un costrutto controverso che tutt’oggi lascia incerti gli esperti del settore circa la sua natura. V’è chi sostiene che si tratti del prodotto di una separazione ad alto contenuto conflittuale, mentre un opposto avviso ritiene che la PAS non costituisca la conseguenza, ma sia in realtà la causa di un processo di separazione conflittuale e polarizzato.

Ciò che sappiamo in merito a tale sindrome è che il DSM V non la riconosce tra le categorie nosografiche, così come le edizioni che li hanno preceduti. Anche l’ambito giuridico la guarda con scetticismo, riuscendo ad intravedere in essa più un fenomeno correlato alla separazione tra coniugi che un costrutto clinico vero e proprio.

Lo scetticismo risulta fondato, forse, o forse no. Ciò che interessa in questa sede è piuttosto descrivere gli effetti psicologici di tale fenomeno, che, a prescindere dal riconoscimento formale dello stesso, si rende foriero di effetti negativi anche sul lungo termine.

La Pas è interpretabile come un gioco di relazioni malsane, che, per la sua costruzione specifica, necessita della presenza imprescindibile di tre protagonisti. Analizziamoli uno alla volta.

GENITORE ALIENANTE: è colui che, tramite una serie di condotte svalutanti e denigratorie poste nei riguardi del coniuge, cerca di impedire che il figlio abbia dei contatti, anche solo comunicativi, con quest’ultimo, obbligando al contempo il bambino a condividere il suo punto di vista. Tale visione negativa e squalificante del genitore c.d. alienato viene estesa automaticamente al resto della famiglia dello stesso, e dunque al bambino viene imposto di non frequentare nessuno dei soggetti che ne fanno parte, ivi compresi nonni, zii, cugini.

A fondamento di tale divieto vengono poste giustificazioni futili, enfatizzate, molto spesso neppure veritiere, che nonostante tutto il bambino avalla completamente. L’alienante enfatizza il proprio ruolo di educatore, rimarcando la differenza tra la propria condotta genitoriale, oblativa e responsabile, e quella inaffidabile del genitore alienato, al quale vengono attribuite solo connotazioni negative.

Al contempo egli induce il figlio a tenere nei suoi riguardi condotte irriguardose e ostative, che in altre circostanza verrebbero debitamente stigmatizzate e che al contrario, in questo frangente, vengono premiate con procedure di rinforzo, cosicché il bambino possa comprendere che solo odiando il genitore alienato potrà ottenere l’affetto dell’alienante.

Il genitore alienante, dotato di una personalità dai tratti fortemente narcisistici e aggressivi, non si mostra in grado di porre un confine tra l’esistenza del figlio e la propria, ma in un delirio di autoriferimento indulge nel provocare una fusione invadente delle due dimensioni esistenziali. La conseguenza è che il bambino verrà totalmente contagiato dal suo modo di pensare, di giudicare la realtà, di valutare e di agire. Egli verrà fagocitato nel corpo dell’alienante (spesso si tratta della madre), e si unirà con lei in un rapporto all’apparenza esclusivo e privilegiato, ma in realtà morboso ed escludente, in grado di alienare entrambi dalla realtà.  Si parla in questo caso di scenari presi in prestito, perché il bambino non concepisce la realtà in prima persona, bensì nel modo in cui gli viene imposta dal genitore alienante, che si impossessa della sua mente,  condizionandolo a suo piacimento con richieste di fedeltà, ricatti morali, ricerca continua del’accondiscendenza.

GENITORE ALIENATO: è il genitore destinato a divenire il depositario di colpe, più o meno fondate, che l’alienante e il bambino gli imputano all’unanimità. In realtà è probabile che la sua figura risulti piuttosto periferica all’interno della famiglia, e che il suo rapporto col figlio fosse piuttosto fragile e non comunicativo già nel periodo antecedente la separazione.

Si nota come spesso l’alienato mostri una certa passività nei riguardi della condotta alienante, con la quale si mostra implicitamente connivente. La sua mancanza di reazione, in realtà, potrebbe derivare sia da una possibile noncuranza nei confronti della degenerazione del rapporto col figlio, o ancora, come avviene nella maggior parte dei casi, dal timore che una reazione negativa potrebbe peggiorare le cose e rendere ancor più impossibile la comunicazione con lui. La sua posizione diviene pertanto ostaggio di un’ambivalenza paralizzante, di un doppio legame che lo incastra in ogni caso: se reagisce si mostra cattivo proprio perché reagisce, e se non lo fa sembrerà confermare implicitamente le accuse dell’alienante. Quindi la sua è una condanna inevitabile. Sarà cattivo in qualunque modo deciderà di agire.

BAMBINO: rappresenta, in questa malsana triangolazione, la vera vittima. Egli è infatti il bersaglio privilegiato della campagna denigratoria condotta dal genitore alienante, che gli richiede continue dimostrazioni di fiducia e di lealtà, oltre che di connivenza piena e indiscussa circa le proprie posizioni. Pena la perdita dell’affetto. Nei casi più gravi la programmazione posta in essere dal genitore alienate può spingersi persino alla creazione di ricordi falsi riguardo maltrattamenti o abusi ricevuti da parte dell’alienato. Non sono rari i casi in cui il bambino, suggestionato dal vissuto emotivo e oggettuale appreso da altre persone, conferisce autenticità a ricordi che non ha vissuto in prima persona, ma che gli sono stati imposti, in via mnestica, da figure esterne con le quali condivide una relazione affettiva importante o a cui è legato da rapporti di autorità ( ad esempio il genitore alienante o lo psicologo che si occupa di indagare il caso specifico).

Sotto certi aspetti il bambino viene completamente manipolato, e dunque programmato, da parte del genitore alienante: tuttavia non sarebbe corretto definire la sua posizione come totalmente passiva, all’interno del fenomeno disfunzionale creato dalla PAS.

Al contrario, la sua connivenza col genitore alienante appare tutt’altro che imposta, mostrandosi acritica e totalmente condivisa. Il bambino non si limita a confermare le teorie svalutanti create dal genitore alienante a danno dell’alienato, ma si spinge a condividere lo scenario emotivo prospettato dal genitore di preferenza, cui appare legato da vissuti di dipendenza, da un attaccamento simbiotico e da un rapporto fortemente improntato sull’obbedienza.

Anche l’età costituisce un fattore di rischio: nello specifico, i bambini tra i 7 e i 14 anni, sarebbero maggiormente influenzabili dal genitore di preferenza, a causa di fattori quali una minore consapevolezza del Sé, una capacità di pensiero più rigida e meno portata alla rielaborazione personale, un contenuto mnestico meno organizzato e quindi facilmente modificabile. Inoltre, la tenera età del bambino comporta una maggior sottomissione dello stesso nei ruoli sociali con i quali si relaziona, compreso quello genitoriale.

CONSEGUENZE DELLA PAS

Il bambino rappresenta la vittima  più grande della PAS, lo abbiamo detto. La collaborazione attiva ed emotiva impostagli dal genitore,  e dallo stesso controllata con continue richieste di fedeltà, ricatti morali e rinforzi intrinseci, finisce col condizionare la sua stessa capacità di pensiero e di giudizio, oltre che col direzionare il suo vissuto emotivo in senso scissorio, dicotomico e assolutista. Egli impara a giudicare i genitori,  e di conseguenza la realtà, in due dimensioni contrapposte: il tutto buono– riconosciuto nel genitore alienante- e il tutto cattivo– cui fa capo il genitore alienato. Non v’è nulla di positivo che possa venir a lui ricondotto, nessuna buona azione che possa essergli in qualche modo attribuita. Non ci sono assoluzioni per questo genitore, i cui errori vengono enfatizzati e resi imperdonabili. Il tutto senza che il bambino mostri il minimo senso di colpa al riguardo: tutt’altro, il suo livello di benessere psicofisico è strettamente legato agli adempimenti degli obblighi derivanti dalla Pas, che costituiscono anche il solo modo per continuare a mantenere inalterato il legame simbiotico col genitore alienante e la sicurezza della presenza del suo affetto. Il bambino, nel caso in cui sia la madre a svolgere il ruolo di alienante, sa che deve odiare il padre, altrimenti la mamma non gli vorrà più bene. E lui stesso si sentirà in colpa quando non lo farà. Quando sorriderà al padre o quando sarà meno arrabbiato con lui, crederà di commettere un torto verso la madre.  E nella paura di perdere il suo affetto correrà ai ripari.

Le conseguenze da questo punto di vista sono molteplici e gravi: innanzitutto si origina un esame della realtà alterato e distorto, che può portare il bambino ad introdurre elementi fantastici e inventati in contesti oggettivi; un rapporto eccessivamente stretto col genitore alienante, caratterizzato da connotazioni di obbedienza acritica e sottomissiva, può inoltre portare il bambino ad una eccessiva identificazione con lo stesso, oltre a creare confusioni circa la sua esistenza come soggetto autonomo e difficoltà di riconoscimento anche col proprio genere sessuale.

Anche dal punto di vista psichico le conseguenze della PAS sono considerevoli: il bambino chiamato a condividere gli scenari mentali della madre può trovarsi ad avallare i suoi stessi punti di vista e ad introiettare i suoi vissuti in una sorta di follia a due, in cui le visioni deliranti costruite dal soggetto forte della relazione vengono condivise acriticamente e senza riscontro empirico da parte del soggetto debole.

Nel bambino vittima di PAS possono riscontrarsi psicopatologie dello spettro dell’umore e dell’ansia, oltre che problemi di autostima, deficit di relazioni sociali o di regolazione emotiva, disturbi di dipendenza e della condotta, sovente anaffettività o scarso sviluppo della dimensione empatica.

Il bambino parla con la lingua del genitore alienato, pensa con il suo pensiero, agisce con i suoi agiti. Bambino e genitore sono un tutt’uno. Un universo connivente il cui unico obiettivo è la distruzione del nemico esterno. L’alienante, appunto.

Prima di affrontare la PAS da un punto di vista terapeutico, sarebbe opportuno accertare la sue esistenza nel nucleo familiare, secondo gli elementi descritti in precedenza. Vi sono casi nei quali infatti, purtroppo, le lamentele riguardo un genitore della coppia sono ben giustificate ed esistenti. Pensiamo agli episodi di maltrattamento e di abuso da parte di un genitore, più frequenti di quanto vorremmo, purtroppo. Ma anche in questo caso non è con le modalità della PAS che sarà opportuno affrontarle.

In conclusione ….

Il bambino non dovrebbe mai essere coinvolto nelle relazioni degli adulti, né essere costretto a parteggiare per uno o per l’altro genitore. Prima di tutto egli è un figlio, e per questo deve essergli riconosciuta la libertà e il diritto di amare entrambi i genitori, qualsiasi sia la natura dei conflitti che li separano. Imporre ad un bambino il proprio vissuto emotivo e traumatico significa non riconoscere, in primo luogo, la sua autonomia, la sua indipendenza, la sua capacità di costruire le proprie esperienze emotive ed affettive.

Ma rappresenta anche un investimento narcisistico, cieco e distruttivo, da parte del genitore alienante, che riempiendo il bambino del suo contenuto emotivo non si accorge di come al contempo lo privi del proprio, seminando in lui sensi di colpa e insicurezza che lo perseguiteranno per il resto della vita. Il genitore alienante non deve identificare nel figlio un mero prolungamento del sé, un alleato contro l’ex coniuge. Deve al contrario disinvestire la sua figura da ogni pulsione narcisistica, e restituirgli il ruolo che gli spetta: quello di bambino che, in quanto figlio di entrambi i genitori, ha bisogno dell’amore di entrambi senza distinzione.

Il divorzio riguarda i coniugi. I genitori non possono divorziare dai figli, né d’altro canto è ipotizzabile il contrario. Il legame con i figli è inscindibile, indelebile, nessuna sentenza può reciderlo. La separazione rappresenta un indubbio banco di prova per la valutazione della capacità genitoriale: la Pas è tutto ciò che non dovrà essere attuato, ove si vorrà superare con successo questa prova, per il bene del proprio figlio.

M. Rebecca Farsi

APPROFONDIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Casonato, M., Mazzola, M. A., (2016), Alienazione genitoriale e sindrome da alienazione parentale (PAS), Kay Editore, Milano; 
  • Gulotta G. Buzzi F. (1998) Sindrome di Alienazione Genitoriale: definizione e descrizione, in Pianeta Infanzia, 4, PP. 29-35.
  • Montecchi, F. (2016) I Figli nelle separazioni genitoriali e nella cosiddetta PAS: massacro picologico e possibilità di riparazione, Franco Angeli, Milano.

Immagine: family affair (Ping Frederiks)

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Le perle di R. ha detto:

    Oggi, più di prima, c’è un gran bisogno di parlare di questi argomenti.

    Piace a 1 persona

    1. M. Rebecca Farsi ha detto:

      Verissimo, hai ragione. Episodi del genere, purtroppo, succedono più spesso di quanto si creda, e altrettanto spesso restano nell’ombra. L’intento della psicologia è quello di rendere nota la Pas, qualificandola come un’autentica forma di violenza intrafamiliare, che meriterebbe di essere riconosciuta come sindrome anche all’interno del DSM. Spero accada al più presto, a tutela dei bambini. grazie per il tuo commento, buona serata

      Piace a 2 people

  2. Lucy the Wombat ha detto:

    Quanto è vero. Solo negli ultimi anni, da adulta, ho scoperto dell’esistenza dell’alienazione parentale, rendendomi conto che è esattamente ciò che ho subito da bambina e da ragazza da mia madre (nei confronti di tutta la famiglia paterna). Magari non nei tratti più estremi descritti, ma comunque abbastanza da influenzare significativamente la mia relazione con metà della mia famiglia. Bisogna parlarne ancora e ancora!

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  3. M. Rebecca Farsi ha detto:

    Carissima, molto probabilmente hai vissuto anche tu una sorta di Pas, che generalmente prevede tre livelli di gravità: un livello lieve, uno medio e uno grave, il più dannoso e degenerativo, con la presenza di tutti i sintomi previsti per la diagnosi.
    è sufficiente che venga esercitatat anche una leggera coercizione volta a mettere il figlio contro uno dei genitori – e devo ammettere che si tratta di una condotta molto spesso materna- perchè si verifichi il livello medio della PAS. l dati statistici sono elevati, purtroppo, per non parlare del numero oscuro, e dunque dei casi mai dichiarati.
    Un adulto non è neppure consapevole del dramma evolutivo che provoca nel proprio figlio chiedendogli di scegliere tra un genitore e l’altro…ove lo sapesse, molto probabilmente agirebbe in ben altre modalità. Per questo è opportuno rendere nota l’esistenza della PAS, affinchè all’interno di ogni famiglia e di ogni separazione, anche la più conflittuale, possano essere attuate strategie emotive e comportamentali volte ad impedirne l’insorgenza .
    Mi dispiace per il tuo dolore, e spero che in qualche modo, nel corso della tua esistenza, sarai riuscita a rielabolarlo e a compensarlo positivamente. In fondo la forza di reagire è dentro di noi, e non dobbiamo mai perderla. un carissimo saluto e un grazie per il tuo prezioso commento

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