La preziosa arte dell’ascolto

Listen... Painting by Elizaveta Terentyeva

Impariamo a parlare in una fase precoce della vita- già dai 12 mesi siamo in grado di pronunciare la prima parola e a 24 possediamo un vocabolario in grado di imbastire rudimentali conversazioni-ma non mostriamo certo la medesima solerzia nell’apprendere l’arte dell’ascolto. A ben pensare non esiste un momento preciso, identificato dalla scienza o dalla medicina, nel quale impariamo ad ascoltare, e forse questo è dovuto al fatto che non riusciamo mai a farlo del tutto, mai completamente. In realtà l’ascolto è una difficile arte, spesso sottovalutata nella complessità della sua natura e della sua corretta attuazione: tutti crediamo di essere in grado di ascoltare, ma le modalità in cui lo facciamo non sono spesso quelle adeguate, quelle opportune o richieste dall’ascolto autentico, e questo osteggia notevolmente la capacità di dialogo e comprensione reciproca.
La difficoltà dell’ascolto risiede nelle funzioni ad esso implicitamente collegate.
Laddove imparare a parlare implica un’affermazione del Sé e della propria identità, e quindi la possibilità di crearsi un posto, un ruolo nel mondo, l’ascolto richiede necessariamente un farsi da parte, un lasciare spazio all’altro che abbiamo di fronte, e che ci sta parlando. Significa fare un’incursione nell’alterità di un individuo, concedendogli la possibilità di esprimere le proprie opinioni e il proprio punto di vista senza giudicarlo, ma solo standolo a sentire. E se il sentire è un atto fisiologico, che comporta il mero utilizzo di componenti uditive, l’ascoltare è un’attività emotivamente ispirata, richiede la compresenza di anima e corpo per poter essere attuata correttamente. L’ascolto è una coniugazione di psiche e soma, di organicità e intento, il cui fine è l’altruistica uscita di scena del Sé, in vista della creazione di uno spazio interno attraverso il quale l’altro può farsi strada nella nostra interiorità e raggiungerne il profondo.
Tutto ciò nella convinzione che l’ascolto non sia un atto di sottomissione o di condiscendenza estrema, ma una condotta di reciprocità condivisa e costruttiva, in cui il rispetto dell’altro esprime anche il rispetto di se stessi. Ascoltare è un servizio, possiamo dire, un atto di costruzione duale.
Si tratta di un’impresa più facile e a dirsi che a farsi. Non sempre riusciamo ad ascoltare, o almeno a farlo nel modo giusto. Presi dai nostri impegni, dall’ingannevole scorrere del tempo, o altrimenti ostacolati dai preconcetti, dai rapporti che ci legano all’interlocutore, dai vissuti o dai conflitti che abbiamo in sospeso con lui, tendiamo ad immunizzarci rispetto a stiamo ascoltando. In poche parole ci difendiamo da ciò che l‘interlocutore afferma, nella narcisistica pretesa di aver ragione a priori, di conoscere le sue intenzioni già prima di iniziare la conversazione.
Così finisce che non dialoghiamo al fine di cambiare qualcosa, o di elaborare attivamente posizioni di conflitto, ma semplicemente per affermare la nostra posizione, per avere l’ultima parola, per dimostrare di aver ragione. Sulla base di questo intento, egocentrico quanto infruttuoso, molto spesso non stiamo a sentire il punto di vista dell’altro, impegnati come siamo a preparare la risposta più opportuna alla sua battuta già mentre questi sta parlando. Oppure lo interrompiamo, cambiamo argomento, tergiversiamo, ci mostriamo evasivi o aggressivi, il tutto in risposta a quei pregiudizi che cristallizzano la mediazione, impediscono la negoziabilità del conflitto e lo rendono insuperabile.

COMUNICARE E ASCOLTARE: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA
Prima di intraprendere una conversazione dovremmo sapere che parlare implica necessariamente anche l’attività di ascolto. Se diciamo qualcosa senza che l‘altro possa cogliere il messaggio oggetto della trasmissione informativa, o se ascoltiamo l’interlocutore senza curarci di quanto afferma, l’effetto della comunicazione viene ineluttabilmente a mancare. Trasmettere un messaggio vuol dire arricchire l’altro di un contenuto che non conosceva, di un’informazione nuova che dovrà essere assimilata a quelle preesistenti per venir con le stesse confrontata. Ma se non poniamo il focus attentivo sul messaggio, il contenuto dello stesso andrà perduto, e l’arricchimento insito nella comunicazione non avrà luogo.

Cosa fare dunque per riuscire ascoltare meglio?
In primo luogo cerchiamo di fare silenzio dentro noi stessi e concedere tempo all’altro. Evitiamo di mostrarci affrettati o insofferenti, diamo la possibilità di parlare senza interrompere né cambiare argomento.
Dato come la comunicazione si realizzi tramite modalità espressive verbali, non verbali e paraverbali, ognuno di questi tre aspetti dovrà mostrarsi congruente con l’intenzione di ascoltare, cioè di accogliere l’altro dentro di sé e di lasciarsi raggiungere dal suo pensiero.
Dal punto di vista della comunicazione non verbale, espressa tramite gestualità ed implicazioni corporee, cerchiamo di metterci in una posizione che testimoni all’altro la nostra intenzione di starlo a sentire: sediamoci di fronte a lui, cerchiamo di mantenere il contatto visivo, di annuire con la testa di tanto in tanto, per dimostrargli che stiamo seguendo il suo discorso. Evitiamo di parlare sulla porta, mentre stiamo per iniziare qualcosa di importante o mentre lo stiamo già facendo. Ascoltare richiede tempo, da ricevere e da concedere, e non possiamo violare questo assunto dialogico basilare.
L’aspetto della comunicazione paraverbale dovrà essere curato tramite l’attenzione ad elementi come il tono della voce, la prosodia, la regolarità e il ritmo del discorso. Dunque cerchiamo di utilizzare sempre il tono più congruo per trasmettere i messaggi, di costruire equi turni di conversazione, di mantenere un ritmo prosodico rispettoso del sé e dell’altro.
La comunicazione verbale dovrà infine svolgersi nel rispetto delle alterità reciproche: mentre l’altro sta parlando dobbiamo dimostrargli il nostro continuo interesse per le sue parole, magari tramite la formulazione di domande– soprattutto aperte- che consentano all’interlocutore di esprimere in maniera ancora più ampia la propria posizione- o la proposizione di parafrasi, ovvero di piccoli riassunti, riformulazioni di quanto l’altro sta dicendo finalizzate sia a mostrargli il nostro interesse per il suo messaggio, sia per chiedergli se abbiamo capito cosa sta dicendo. Fare il punto, insomma, cercando un continuo feedbak verbale e non verbale, con l’aiuto dell’adesività oculare e con l’attenzione empatica.
Proprio l’empatia, ovvero la capacità di riprodurre nella nostra interiorità lo stato d’animo altrui, riesce a trasformare un ascolto passivo in un ascolto attivo, riflessivo e presente, un’attività proiettante e valutante, in cui l’altro viene esaltato nella sua singolarità, nella sua esclusività e soprattutto nella sua alterità soggettiva.
Il suo punto di vista è prezioso proprio perché non differisce dal nostro, e dunque potrà arricchirci, rompere gli equilibri omeostatici e fornire qualcosa su cui riflettere. Ascoltare è dunque un concedere, un concedersi. È un ponte di contatto, un atto altruistico che richiede un cammino verso l’altro in una direzione di confronto reciproco, ma anche di un sentire empatico, generoso, congruente, in grado di nutrire le dinamiche relazionali.

UNA CURIOSA RASSEGNA: I 10 CATTIVI ASCOLTATORI
Jill Geisler ha identificato 10 tipologie di ascoltatori inadeguati, condensandone le caratteristiche principali in una serie di quadretti, ironici e pittoreschi, di cui val la pena dare menzione.

  • L’ascoltatore multi-attivo: è quello che ascolta mentre sta facendo altre cose, millantando di riuscirci benissimo perché lui è capace anche di fare anche più cose insieme, in un’infallibile modalità multi-tasking. Questo soggetto esorta a parlare mentre ha la testa china sul computer, o sta guardando il telefono, prepara qualcosa ai fornelli, o aiuta i figli a fare i compiti. E intanto, evitando ogni contatto oculare, se ne va in giro per la stanza costringendoci a seguirlo per avere la sua attenzione, o si allontana dal nostro raggio visivo borbottando frettolosamente qualche commento, che non ha nulla che fare con ciò che abbiamo detto. Una delle sue frasi tipiche è : “ Parla parla, tanto ti ascolto….”
  • Il finisci-frasi: è l’ascoltatore che ha la pessima abitudine di terminare i discorsi al posto di chi sta parlando, nell’erroneo ed egocentrico tentativo di sostituirsi a lui nell’esprimere il contenuto di un messaggio. È un onnipotente, uno che sa sempre tutto, anche ciò che l’altro vuol dire. In realtà il suo è solo un modo per invadere la personalità altrui  e condizionarla dei suoi vissuti e dei suoi intenti. Dice spesso: “So benissimo dove vuoi arrivare.”
  • Il mondano: è l’interlocutore super impegnato, quello che se potrà ci ascolterà, ma non ci può fornire indicazione sul dove e sul quando perché ha sempre mille cose da fare.
  • Il contraddittore: è l’interlocutore che la pensa sempre in modo diverso dal nostro. Uno snervante oppositore, il classico bastian contrario, che non parla tanto per conoscere l’opinione altrui ma solo per palesare il proprio punto di vista contrario. Contraddice a priori, insomma.
  • Lo sputa-risposta: è colui che non concede all’altro il tempo di parlare, e a se stesso di elaborare il contenuto del messaggio, commentando alla fine: In fondo potevi cavartela anche da solo. Questo è il mio consiglio, poi fai come ti pare.
  • Il filosofo: questo interlocutore si profonde in elucubrazioni autogestite sul senso della vita e su onerosi concetti esistenziali che si attribuisce il vanto di conoscere; è un teorico, un astratto, un conversatore di se stesso e con se stesso; una delle sue frasi tipiche può essere: Vedi, ora ti spiego io come stanno davvero le cose….
  • L’autobiografico: è colui che, appena sente l’altro affermare o raccontare qualcosa su di sé, dichiara prontamente di aver vissuto la stessa esperienza, o addirittura qualcosa di peggiore. Non riesce a staccare il focus attentivo da se stesso; non ascolta l’altro per sentire ciò che dice, ma solo per parlare di Sé. È un narcisista, insomma, che dice spesso: Ah, sapessi  cosa è successo a me. A tal proposito stai a sentire… e inizia a parlare lui.
  • Lo scruta-orologio: è colui che mentre parliamo fissa distrattamente l’orologio. Uno che ha fretta, che non può perdere tempo nell’ascolto empatico dell’altro. Al massimo può prestare l’orecchio a ciò che dice. Ma non è assicurato nemmeno questo. Il messaggio implicito è quello di tagliar corto, dunque, di farla breve, ché lui non può soffermarsi ad ascoltarci.
  • Il superveloce: è uno che esibisce la propria agenda di impegni, occupatissima e pienissima, e la oppone come ostacolo all’ascolto. Ha mille cose da fare, e mentre si allontana dice…ne riparleremo quando ho più tempo. Così va ad invalidare uno dei fattori essenziali dell’ascolto, ovvero la concessione di spazio e tempo al messaggio.
  • Lo smemorato: sembra che stia a sentire, ma in realtà sposta lo sguardo su mille altre cose mentre parliamo; insomma è attirato da tutto tranne che dall’interlocutore. Non mantiene l’aggancio oculare, non annuisce empaticamente, perde il filo del discorso. E alla fine dice…grazie per esserti confidato con me; se mi ricordo, ne riparleremo un’altra volta.

Ognuno di noi realizzerà di essersi imbattuto, almeno una volta, in uno di questi modelli di ascoltatore, e in egual modo riconoscerà di aver interpretato a sua volta, più o meno fedelmente, uno dei ruoli descritti. Prendere coscienza che si sia trattato di un errore relazionale servirà anche ad evidenziare quali sono le modalità più giuste per approcciarsi all’altro, in una direzione costruttiva che tenga conto della funzione basilare dell’ascolto: capire cosa l’altro vuol dirci e perché.
Certo non è facile….
L’arte dell’ascolto implica in primo luogo l’allontanarsi dalle proprie muraglie esistenziali, dalle proprie certezza narcisistiche, dalle convinzioni superbe e rassicurate per compiere un cammino, talvolta incerto e faticoso, verso l’altro, per esplorare il suo universo psichico ed emotivo ed accettare la possibilità di lasciarcene modificare. Ascoltare vuol dire arricchirci dell’altro e dei suoi contenuti interiori, vuol dire mettere all’angolo la nostra individualità per esaltare una dualità, delicata quanto preziosa, che nell’ascolto trova la massima possibilità espressiva. Vuol dire smettere di essere Io per diventare NOI.
Spesso non ci capiamo perché non ci stiamo a sentire. Ascoltare è la via elettiva per aggirare il conflitto, evitare il fraintendimento, negoziare le incomprensioni. Se solo imparassimo a farlo..

M. Rebecca Farsi

Riferimenti bibliografici:
Burley—Allen, M. (2015) Imparare ad ascoltare. Come cogliere i segnali deboli, ottenere le informazioni desiderate, migliorare le relazioni interpersonali, Franco Angeli, Milano;
Lugli, L. Mizzau, M.  (2010) L’ascolto, Il Mulino, Bologna;
http://formamediazione.blogspot.com/2013/01/i-dieci-cattivi-ascoltatori.html.

Immagine: Listen…,” (Elizaveta Terentyeva)

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. silviacavalieri ha detto:

    L’ascolto è fondamentale nelle relazioni umane! A me sta particolarmente a cuore quest’arte nel rapporto medico-paziente. Essenziale per formulare una diagnosi corretta.

    Piace a 1 persona

    1. M. Rebecca Farsi ha detto:

      Grazie per il suo commento, era proprio questo ciò che intendevo comunicare con l’articolo. Non solo nella vita quotidiana, ma anche nel setting terapeutico il valore dell’ascolto rappresenta il primo passo per costruire una relazione produttiva, evolutiva, autentica. Grazie di nuovo, buona serata

      Piace a 2 people

      1. silviacavalieri ha detto:

        Buona serata a lei!

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  2. Le perle di R. ha detto:

    Articolo bellissimo, formidabile: Grazie!

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    1. M. Rebecca Farsi ha detto:

      Grazie a te, gentilissima! Onorata che ti sia piaciuto. un caro saluto

      Piace a 1 persona

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